lunedì 9 aprile 2012

Vidoleggiamo 2012, IL VIAGGIO



 Si è conclusa sabato 31 Marzo la settimana della quarta edizione del VIDOLEGGIAMO (progetto del quale quest'anno mi è stata affidata la responsabilità), dal titolo IL VIAGGIO: ESPLORA, SOGNA, SCOPRI.

E' stata una settimana ricca di eventi, che hanno visto coinvolte tutte le classi delle scuole primarie e della secondaria del nostro Istituto Comprensivo.
La Vidoletti sceglie, nell'arco di questa settimana, di fare didattica in modo diverso, più creativo e maggiormente coinvolgente per i suoi studenti, nonché per le famiglie (molto attiva l'Associazione Genitori).
Da Lunedì 26 a Sabato 31 Marzo, i nostri ragazzi hanno potuto compiere "viaggi" virtuali di vario tipo e in vari mondi:
·         Viaggi di esplorazione geografica, alla scoperta di nuovi popoli, grazie all'intervento di esperti viaggiatori, la Signora Ivana Mombelli e il signor Dimitri Simeoni che hanno spiegato la differenza tra "Viaggiatore" e "Turista", tra "Viaggio organizzato" e  "Viaggio fai-da-te", per la scuola media, mentre la Signora Giola, responsabile dell'Onlus, ha presentato il progetto UN AMICO PER L'ETIOPIA alle classi del secondo ciclo della primaria
·         Viaggi Letterari, attraverso la presentazione di libri da parte degli stessi autori (sono intervenuti, tra gli altri, il Dottor Dino Azzalin col suo "Diario d'Africa", la scrittrice Daniela Morelli e l'autore Giovanni Del Ponte per la secondaria; gli autori Giovanni Quarzo ed Erminia Dell'Oro, per la primaria)
·         Viaggi "artistico/creativi" per le classi della primaria e dell'infanzia, a seguito dell'allestimento di un laboratorio, condotto dal professor Scazzosi del Liceo Artistico di Varese
·         Viaggi musicali: esibizione degli alunni della secondaria, diretti dai docenti di musica, proff. Gazzotti, Fanello, Pugliese, in apertura della manifestazione
esibizione della Band "Classe F", nella serata di Venerdì 30 Marzo, che ha eseguito brani pop, rock e melodici.
La settimana si è quindi conclusa con la serata creativa IL MIO VIAGGIO, una rassegna di esibizioni degli alunni in vari ambiti (musica, canto, ballo, recitazione ecc...).
Tutto il piano terra della secondaria è stato occupato, in questi giorni, dalla mostra dei lavori degli studenti delle scuole che compongono il nostro Istituto.
 Mostre permanenti sono state anche quella del libro e la Mostra fotografica di Carlo Meazza "Sotto il cielo d'Africa: storia di un incontro e di una presenza".
 Parte integrante del progetto è stata anche la "gara di lettura", che si concluderà nelle prossime settimane, con le fasi eliminatorie.
Pubblicherò alcune tra le impressioni dei miei ragazzi direttamente nel sito della scuola (link nella home del presente sito, frame di sinistra).
Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che hanno collaborato per la riuscita del progetto:
Dirigente Scolastico, colleghi, alunni, genitori, bibliotecarie nonché la Stampa locale, la quale ci ha dedicato un articolo, che riporto di seguito.
Di nuovo GRAZIE A TUTTI!





Nell'ambito del Progetto VIDOLEGGIAMO, con i ragazzi delle classi 2^G e 2^I della scuola media “Angelo Vidoletti” di Varese abbiamo realizzato un libro che raccoglie i migliori lavori sul tema del VIAGGIO.
Le classi hanno realizzato degli elaborati inerenti il viaggio in senso:
*      Letterario/fantastico: Viaggio nell’oltretomba
*      Fantastico: Viaggio nel tempo
*      Poetico: poesie sul tema
*      Metaforico: Viaggio nel mondo della preadolescenza.
Tutti i lavori si sono svolti durante le ore di ITALIANO, con grande impegno da parte di ognuno.
Abbiamo scelto di stamparlo, in modo che ognuno potesse avere una copia del proprio lavoro e di quello dei compagni, come ricordo di questo anno scolastico.




Lau

27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA


27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA:
QUAL E’ IL SENTIRE DEI RAGAZZI, OGGI?
  
Era il 27 gennaio del 1945. Il campo di sterminio di Auschwitz in Polonia fu liberato dagli alleati. Questa data storica segna oggi la giornata internazionale dedicata alla memoria delle vittime dell’olocausto (2duerighe.com).

Leggiamo in classe il brano IL VIAGGIO che riporta la firma di Primo Levi. Manca circa una settimana al 27 Gennaio.
Come ogni volta, mi si spezza la voce e devo far leggere i ragazzi.
Ho stampato per loro, già lo scorso anno, la poesia SE QUESTO E’ UN UOMO; l’avevamo letta insieme, l’avevamo commentata, sviscerata; avevo parlato loro degli ebrei, della loro sorte; avevo spiegato i fatti storici legati alla seconda guerra mondiale, anche se erano in prima media, e avevo parlato loro del documentario MEMORIA.
Se questo è un uomo…

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.

Non passa anno, senza che io parli ai miei ragazzi di quello che è successo. Ho sempre presente il monito di Levi

Meditate che questo è stato…
Ripetetele ai vostri figli.
    
Credo fermamente che sia DOVERE di ogni adulto ricordare alle nuove generazioni quanto successo in quegli anni.

 26 Gennaio 2012:                
porto i miei alunni a visitare la mostra di Anne Frank, allestita nell’atrio e lungo il corridoio al piano terra della nostra scuola, la media Vidoletti. Li ho informati di quello che avrebbero visto, abbiamo letto in classe i contenuti della mostra, da un opuscolo appositamente approntato.    
Ho raccontato loro la mia esperienza di quando sono stata ad Amsterdam e ho visitato la casa di Anne, dell’impressione che mi aveva fatto trovarmi a camminare sullo stesso pavimento, percorrere la stessa scala, guardare quei vetri oscurati, entrare nel bagno, nella sua stanza, con quelle foto di attrici appese alla parete. Avevo pianto.
Non so perché io avverta così forte la sofferenza di altri esseri umani. Mi faccio partecipe, me la prendo addosso e la faccio mia.
 Dopo tutte queste parole, però, voglio venire al dunque di questo discorso.
Il dunque… mi chiedo cosa provino i giovani d’oggi, di fronte alle sofferenze dell’umanità. Io racconto loro la storia degli ebrei e credo che provino i miei stessi sentimenti. Leggo loro pagine di una storia che ha straziato milioni di persone, soffro, ho il magone, vorrei piangere e mi vergogno, per cui trattengo le lacrime, ma a fatica, e penso che per loro sia uguale. Invece no, non per tutti, almeno. E lo dico a ragione e con immenso dispiacere.
Ho portato, come dicevo, i miei ragazzi, dopo accurata preparazione, a visitare la mostra e un gruppetto si distraeva, non seguiva, non osservava le immagini, non partecipava delle mie spiegazioni, delle pagine del Diario, esposte sui tabelloni. Ridevano tra loro di chissà quali stupidaggini, qualcuno sgranocchiava patatine. L’ho fulminato con lo sguardo “Facciamo i conti in classe più tardi”. Uno tirava un compagno per il collo della felpa, un altro se la rideva.
MA COME POTEVANO AVERE QUESTO ATTEGGIAMENTO IMMATURO, IRRIVERENTE, DAVANTI A QUELLE IMMAGINI DI MORTE? CORPI STRAZIATI DAL DOLORE, FOSSE COMUNI CON ACCUMULI DI OSSA, ACCATASTATE LE UNE SULLE ALTRE, UN EBREO SEDUTO SUL BORDO DI UN DIRUPO CON UN NAZISTA ALLE SPALLE CHE GLI PUNTA LA PISTOLA ALLA NUCA. QUALE SAREBBE STATO LO SCATTO SUCCESSIVO DELLA MACCHINA FOTOGRAFICA? UN BAMBINO CON LE BRACCIA ALZATE, IN SEGNO DI RESA, DAVANTI ALLE TRUPPE DELLE SS, UOMINI E DONNE NUDI, CON I PIEDI NEL FANGO, DAVANTI AD UN PLOTONE ARMATO, UMILIATI FIN NEL MIDOLLO DELL’ANIMA. MA QUALE STRAZIO! COME POTEVANO RIDERE E NON PROVARE VERGOGNA DI SE STESSI?
Oggi mia figlia sedicenne a scuola ha assistito alla videoconferenza di Liliana Segre, donna che seguo sempre con immensa stima, davanti alla quale non potrei che sentirmi “piccola”.
Mi ha detto: “Mamma, c’è stata una ragazza che ha fatto una figuraccia! Sapessi!”
“Che cos’ha fatto?”
“La Segre raccontava degli ebrei a cui veniva tatuato un numero sul braccio, e quella si è messa a ridere. La Segre allora le ha chiesto: - E tu cos’hai da ridere, biondina?- Quella ha risposto: - anche io ho un tatuaggio sul braccio –
VERGOGNOSO! SCANDALOSO! Ma che educazione ha ricevuto questa ragazza in famiglia? I suoi genitori le hanno mai parlato dell’olocausto? Ha mai visto un film sullo sterminio degli ebrei? Ha mai studiato la storia? Ha mai letto libri di testimonianze? Ha mai guardato un documentario? E a scuola, è mai stata attenta, quando i suoi insegnanti le hanno parlato di questi fatti atroci?
E mi viene da pensare che una grande fetta di ragazzi (non voglio e non posso credere tutti) oggi viva solo di face-book, di i-pod, di i-phone, di tatoo, di abiti griffati, di spazzatura televisiva, di assenza di dialogo in famiglia, di ignoranza storica, di neuroni atrofizzati dalle migliaia di cavolate che i mass media propinano a questa gioventù, dal Grande Fratello ai reality vari.
Ma è tutta colpa loro o dietro a questa chiamiamola INCOSCIENZA  di vita ci siamo noi? Noi genitori, noi adulti sempre troppo presi dalle nostre occupazioni, per dedicare loro un po’ di tempo, per raccontare, per far capire che la vita non è quella della televisione, non è quella degli spot, non è quella delle veline, dei calciatori e quant’altro, accidenti!!!
MEDITATE CHE QUESTO E’ STATO
RIPETETELE AI VOSTRI FIGLI!
Ma lo sentiamo il grido disperato di un uomo che ha vissuto quello che nessun essere umano dovrebbe mai vivere? Abbiamo un minimo di dignità, per capire che sì, è nostro dovere educare le nuove generazioni ai valori della vita e non alle cavolate che i supplenti delle figure genitoriali vomitano quotidianamente addosso ai nostri ragazzi, riempiendo così le loro teste del NULLA Più ASSOLUTO?
MEDITIAMO! Anche su questo.

Laura Veroni

AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA


AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA
Mi hanno tolto tutto.  Mi hanno lasciato soltanto il buio e il freddo.  Ma io voglio vivere.  A ogni costo.
 
(LEGGIAMOLO A SCUOLA!)

Nel 1940 l’Unione Sovietica occupò gli Stati Baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia. Di lì a breve il Cremlino emanò elenchi di persone considerate antisovietiche che sarebbero state uccise, imprigionate o deportate in schiavitù in Siberia.
Le prime deportazioni ebbero luogo il 14 Giugno 1941.
 
Coloro che sopravvissero trascorsero da dieci a quindici anni in Siberia. Al ritorno in patria, alla metà degli anni Cinquanta, i lituani scoprirono che i sovietici avevano occupato le loro case, si stavano godendo i loro beni e avevano persino adottato i loro nomi. Avevano perso tutto. I deportati che tornavano venivano trattai come criminali. Parlare della propria esperienza significava incarcerazione immediata o una nuova deportazione in Siberia. Di conseguenza gli orrori che avevano subito rimasero latenti.
Anime coraggiose, temendo che la verità potesse andare persa per sempre, seppellirono diari e disegni in terra baltica.
Si calcola che Stalin abbia fatto uccidere più di venti milioni di persone durante il suo regno del terrore.
Ancora oggi molti russi negano di avere mai deportato qualcuno.
Ma la maggior parte della popolazione baltica non serba rancore, risentimenti o ostilità. Sono grati a quei sovietici che hanno mostrato compassione. Hanno scelto la speranza e non l’odio. Per favore, fate ricerche sull’argomento. Parlatene. Queste tre minuscole nazioni ci hanno insegnato che l’amore è l’esercito più potente… in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano.

Ruta E. Sepetys
 "AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA" è un romanzo molto forte, che rivela verità storiche tenute nascoste per troppi anni.
L’autrice, Ruta Sepetys, figlia di un ufficiale dell’esercito lituano, ha svolto numerose ricerche, compiendo due viaggi in Lituania, incontrando parenti, sopravvissuti alle deportazioni, superstiti dei gulag, psicologi, storici e funzionari governativi, come lei stessa spiega nella nota a conclusione del romanzo.

La storia narrata è la vera storia del dramma vissuto dal popolo lituano in quegli anni, anche se i personaggi sono quasi tutti inventati, eccetto il dottor Samodurov, che salvò molte vite.
Il romanzo narra la storia di Lina, una ragazza di quindici anni, deportata il 14 Giugno del 1941, insieme alla madre e al fratellino di undici anni, mentre il padre era già stato catturato dai sovietici. E’ una storia dolorosa, che ricorda le tante storie già lette e viste sugli ebrei. Quello che i nazisti avevano fatto al popolo ebreo, i sovietici lo hanno fatto ai popoli baltici.

Nel libro le due figure di maggiore spicco sono Lina e la madre Elena, donna di grande coraggio, umile, forte e caritatevole.
La storia narra dei dolori, delle sofferenze, dei maltrattamenti subiti, della difficile vita nei campi, al freddo glaciale (Lina dice che a sua madre si erano attaccati i capelli congelati al legno di quello che doveva essere il letto sul quale dormire), della lotta per la sopravvivenza, delle malattie che colpivano i prigionieri per la mancanza di cibo, della disperata voglia di sopravvivere a quell’inferno.
Forte il contrasto tra la vita delle guardie, chiuse al caldo nei loro rifugi, col fuoco scoppiettante, le bottiglie di alcolici, il cibo in abbondanza, i guanti caldi, e la vita dei prigionieri, costretti a cibarsi di un pezzo di pane, a rubare qualche patata o pomodoro, col rischio di essere scoperti e fucilati, vestiti in modo inadeguato, insufficiente per resistere al freddo, mentre lavoravano la terra a mani nude, con la pelle che si spaccava per il gelo.
Crude le scene di violenza spietata da parte dei sovietici, come quando durante il viaggio in treno verso i campi, una giovane donna incinta partorisce e non  ha latte per nutrire la bambina neonata, che dopo pochi giorni muore e viene gettata dal treno, come fosse un oggetto. La madre verrà uccisa, per non avere saputo far fronte alla disperazione di avere perso la sua creatura.
Cataste di cadaveri ammucchiati sulla neve chiazzata di sangue, con le viscere divorate dalle volpi, senza nessuna considerazione per quelli che i sovietici non ritenevano degni di essere riconosciuti come esseri umani. Li chiamavano bestie, criminali. Nessun rispetto per quelle vite.
E Lina disegnava e raccontava con i suoi disegni l’atroce storia di quella gente. Poi li nascondeva, sperando che un giorno qualcuno potesse ritrovarli e raccontare al mondo quella verità.
   Caro amico, gli scritti e i disegni che lei tiene in mano furono sepolti nell’anno 1945 dopo il mio ritorno in Siberia, dove ero stata tenuta prigioniera per dodici anni. Eravamo molte migliaia, quasi tutti sono morti. E i vivi non possono parlare…
Così riponiamo la nostra fiducia in lei, la persona che in un prossimo futuro scoprirà questa capsula di memorie. Le affidiamo la nostra verità.
Questa testimonianza è stata scritta per tramandare una documentazione autentica, per parlare in un mondo in cui le nostre voci sono state soffocate.
 Signora Lina Aruydas
9 Luglio 1954, Kaunas
 Quanto detto dalla Sepetys sul fatto che la popolazione baltica non serba rancore, si ritrova anche nelle pagine del libro, quando Lina  si ritrova davanti a Kretzskij, la guardia sovietica dell’NKVD addetta alla sorveglianza del campo, tanto odiato da lei nel corso di tutta la storia, per le umiliazioni inflitte, per il disprezzo mostrato, per il cinismo. Alla fine della storia, Lina riesce a provare un moto di compassione per quella guardia, che crolla, piangendo, con la bottiglia in mano, raccontandole di sé, di sua madre morta quando era solo un bambino di cinque anni e le concede di prendere la legna per scaldarsi. “Vattene, Lina. Svelta! Prendi la legna e vattene.”. Lina fa per andarsene, invece le sue gambe la portano verso di lui. Allunga una mano da sotto la legna e gliela pone sulla spalla. “Mi dispiace” dissi alla fine.
Rimanemmo in piedi al buio, senza dire nulla.
Mi voltai per andarmene.
“Vilkas”
Mi girai a guardarlo.
“Mi dispiace per tua madre”, disse.
Annuii. “Anche a me”.
 Il romanzo è una forte testimonianza che tutti dovrebbero leggere e meditare, così come Levi, in “Se questo è un uomo”, invitava a fare:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa.
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”
 Perché simili orrori non si ripetano più.
 Ma forse la storia, nonostante i suoi corsi e ricorsi, come diceva Vico, è comunque destinata a tornare sempre uguale a se stessa, con le sue ingiustizie, con i suoi orrori, con le guerre, con gli odi razziali, con la follia di alcuni, col silenzio di molti, col dolore dell’Umanità, nonostante il grido di chi ha sofferto e che implora che quanto da lui vissuto non venga vissuto più da alcuno…

Laura Veroni

ORIENTAMENTO SCOLASTICO


ORIENTAMENTO SCOLASTICO
CORSO DI AGGIORNAMENTO
A.S. 2011 2012
A cura della Dottoressa Vimercati e del Dottor Luisetto
USR – UST Lombardia
 (appunti personali di Laura Veroni, non rivisti dal relatore del corso)

Vedere l’ORIENTAMENTO come cultura e prassi didattica è fondamentale, per evitare il fenomeno della dispersione scolastica. Occorre, prima di tutto, dare ai ragazzi strumenti di autoconoscenza.
Per rendere fattibile l’obiettivo di cui sopra, l’Ufficio Scolastico Regionale sta attuando un piano nazionale dell’Orientamento.
A questo proposito, vengono considerati fondamentali i primi interventi di orientamento, da parte di esperti, già a partire dalla seconda media.
Non basta, quindi, fare orientamento unicamente in terza, alle soglie della fatidica scelta della scuola superiore, ma risulta importante un approccio tempestivo, che comprenda magari anche la classe prima, con interventi didattico/educativi da parte dei docenti, a livello interdisciplinare, adeguati al livello di apprendimento degli alunni.
Molto importante, per verificare l’esattezza del consiglio orientativo, da parte del corpo insegnante della scuola secondaria di primo grado, è la COMUNICAZIONE tra i due livelli di istruzione, quello di primo e quello di secondo grado. In sostanza, necessita un ritorno dalla superiore alla media, tale da verificare il consiglio orientativo nella sua validità.
La famiglia deve divenire un altro elemento importante di questo processo di scelta e, come tale, è necessario il suo coinvolgimento. Da qui, l’istituzione di serate informative per i genitori ad opera di esperti.
STUDENTI, GENITORI E DOCENTI si trovano quindi coinvolti e chiamati a divenire parte attiva di questo processo.
Per quanto riguarda la scuola della nostra provincia, possiamo reperire importanti informazioni, consultando il sito: (per tornare all’articolo, clic su freccia INDIETRO)
linguetta, posizionata in alto nella pagina, ORIENTAMENTO  e SCUOLA & LAVORO.

Novità della didattica di questi ultimi anni è la PROGETTAZIONE PER COMPETENZE, che comporta un approccio LABORATORIALE: le conoscenze e i contenuti non vengono più impartiti dall’alto (dal docente all’alunno) bensì sperimentati direttamente dagli studenti, ovviamente sotto la guida ed il controllo del docente stesso.
L’individuo, dunque, costruisce da sé la propria qualificazione, ricomponendo i saperi acquisiti nei vari ambiti. Infatti, gli ambiti che formano la persona sono vari e la scuola non è più l’unica a dispensare i saperi, come un tempo.
Pensiamo, per esempio, alla tecnologia, che, negli ultimi 20 anni, ha riorganizzato la nostra vita.
L’istruzione formale non comprende più la maggior parte del nostro apprendimento, alla realizzazione del quale concorrono: compiti lavorativi, reti personali, comunità di pratica.
Oggi si è compreso che lo studente è bravo NON SE RIPETE BENE LA LEZIONE, MA SE SA AFFRONTARE LE SITUAZIONI PROBLEMATICHE SCOLASTICHE ED EXTRASCOLASTICHE.
Se un alunno conosce perfettamente la grammatica di una lingua straniera, per esempio l’inglese, ma poi va a Londra e non è in grado di chiedere informazioni, allora non avrà acquisito la competenza linguistica.
L’individuo della società attuale è bombardato da stimolazioni molteplici, è coinvolto in diverse attività, vive in gruppi e fa parte di associazioni, sportive, oratoriali, amicali e quant’altro. Famiglia, Scuola, amici e sport concorrono tutti a formare la personalità dell’individuo e a svilupparne le capacità/competenze sociali e non solo.
I ragazzi di oggi vivono connessi alla rete Internet, collegati ai social network, nei quali trascorrono buona parte del loro tempo. Ed è proprio da Internet che acquisiscono informazioni molteplici. Ma senza la guida di un adulto educatore, rischiano di perdersi e di perdere l’orientamento. Diventano bravissimi a copiare, ma non sanno rielaborare, non sanno pensare con la propria testa e tendono ad uniformarsi alla massa, senza criticità. Per crescere, dunque, hanno bisogno di essere seguiti, orientati, da adulti che li aiutino a sviluppare consapevolezza, criticità e capacità di scelta.

Una cosa molto utile che possiamo fare con i nostri alunni è RAGIONARE con loro sulle loro ESPERIENZE  di vita.
Non esiste solo l’apprendimento di tipo formale (scolastico, per intenderci), bensì anche quello informale e non formale ed è proprio su questi ultimi due che dobbiamo fare leva anche nella scuola. Se non interveniamo su Internet, ad esempio, rischiamo di creare una società di sudditi, anziché di cittadini. Tutto, comunque, si gioca sulla capacità di apprendere e sulla padronanza dei saperi fondamentali, come diceva Madame Cresson.
Gli apprendimenti acquisiti in ambito non formale devono integrarsi (e di fatto si integrano) con quelli acquisiti in ambito formale.
I ragazzi devono imparare a funzionare in gruppi socialmente eterogenei, ecco perché è fondamentale che noi docenti diamo loro strumenti interattivi, senza per questo perdere di vista lo zoccolo comune costituito dalle CONOSCENZE  e dalle COMPETENZE, che, insieme, costituiscono, a loro volta, tutto quello che l’individuo deve sapere utilizzare al termine della scuola, in diversi contesti.
La scuola  DEVE sapere cosa gli studenti sono in grado di fare, per orientarli nel mondo del lavoro. E questa specificità appartiene particolarmente alla scuola superiore.
La novità nell’ambito della riforma scolastica della scuola superiore di secondo grado è costituita dalla differenziazione tra ISTRUZIONE TECNICA E ISTRUZIONE PROFESSIONALE.
Per aiutare gli alunni nella scelta della scuola superiore, i docenti delle medie devono porre ai ragazzi la domanda CHE COSA VUOI FARE DA GRANDE?
Un’altra domanda, che devono fare a se stessi, invece, è la seguente: questo alunno ce la può fare a sostenere 5 anni di scuola superiore?
Sembrano entrambe ovvietà, ma non dobbiamo mai perderle di vista.
L’INFORMALAVORO invita a consultare online il sito dell’ISTPOL, Orienta online, che parla delle professioni e del percorso formativo che si deve affrontare per arrivarci.

Altri siti utili, al proposito, risultano i seguenti: (per tornare all’articolo, clic su freccia INDIETRO)
Non dobbiamo mai perdere di vista, come docenti, le COMPETENZE  per la cittadinanza attiva quali, ad esempio, imparare ad imparare, progettare, agire in modo autonomo, ecc…
Un buon progetto di orientamento è tale quando, già nella struttura, consente il raggiungimento degli obiettivi.
La bontà di un  progetto, infatti, consiste nella POTENZIALITA’ DI RISULTARE EFFICACE.
Elementi da tenere presenti ex ante sono: la contestualizzazione, la coerenza e la tutorialità.
Il progetto, dunque, deve essere coerente con la visione dell’orientamento relazionale ovvero deve considerare l’orientamento come PROCESSO, tenendo conto della MULTIDIMENSIONALITA’, dell’AUTOVALUTAZIONE, della METACOGNIZIONE, del PROTAGONISMO DEL SOGGETTO e dell’APPROCCIO COSTRUTTIVISTA.
Orientare è LAVORARE sulle informazioni, non dare informazioni.
L’AUTOVALUTAZIONE risulta
 fondamentale anche nell’asse del tempo, in quanto il soggetto deve essere sempre protagonista, in quanto processo di crescita ed emancipazione per la realizzazione del processo di maturazione personale.
La funzione del docente risulta essere quella di AIUTO, SOSTEGNO, ACCOMPAGNAMENTO.
Molto importante, inoltre, è che il progetto sia LOCALE, mirato ai fabbisogni orientativi di quella specifica utenza, che tenga conto delle opportunità, delle risorse e dei vincoli del contesto nel quale si opera, nonché delle competenze possedute dai docenti (da qui la necessità di formazione).
Vanno definiti con chiarezza ruoli e compiti (chi fa che cosa?) dei singoli enti della rete e degli operatori, in primis quelli della scuola, che detiene la regia della realizzazione del progetto.
E’ indispensabile che ciascuno studente abbia come punto di riferimento un adulto che supporti il suo processo di crescita (funzione di tutorialità).
 Quando stendiamo il nostro progetto orientativo, quindi, poniamoci le seguenti domande:
  • Il percorso che voglio seguire si articola secondo una gradualità?
  • Le azioni previste sono diversificate su informazione, formazione, consulenza?
  • Lo studente è coinvolto in modo attivo? Secondo quali modalità?
  • Sono presenti azioni mirate allo sviluppo di competenze meta cognitive e di autovalutazione? Quali?
  • Le azioni didattiche previste possono offrire occasioni di co-costruzione delle competenze e delle conoscenze?
E’ anche necessario tenere conto dei bisogni orientativi dell’utenza, delle risorse umane e strumentali, nonché dei vincoli. Dobbiamo chiederci se il progetto sia condiviso da tutti oppure no, se coinvolga enti e istituzioni del territorio e in quale misura, se tutti i docenti abbiano ricevuto una formazione per la didattica orientativa, se i docenti referenti abbiano una formazione specifica, se esista una figura tutoriale che coordini il progetto.
La Dottoressa Vimercati invita a fare riferimento ad un testo fondamentale quale “Insegnare e apprendere nella società cognitiva” di Madame Cresson.
In conclusione, vediamo un esempio di articolazione di progetto di orientamento, sulla base di quello dell’Istituto comprensivo di Saronno (Materiale reperibile sul sito InformaGiovani di Saronno).
CLASSE 1^:
CONOSCERE SE STESSI:
  • Mi presento
  • Ciò che mi piace
  • Le emozioni dei primi giorni di scuola
  • Se fossi… (riflessioni su se stessi)
  • Leggere la realtà circostante (interviste)
  • Uso del diario personale
  • Importanza dello studio
  • I manuali e il materiale scolastico
  • Il tempo dello studio: saperlo organizzare
  • Imparare a valutare il proprio metodo di studio
  • Le regole nella scuola
CLASSE 2^:
COME MI COMPORTO:
  • Il mio stile cognitivo
  • Concentrarsi
  • Il mio metodo di studio
  • Io al… cubo (osservazione dell’immagine di noi stessi attraverso gli atri)
  • Profezie e aspettative ( le aspettative degli altri creano condizionamenti)
CLASSE 3^:
DOPO LE MEDIE FARO’…
  • Conoscere se stessi e i propri interessi
  • Autovalutarsi rispetto al rendimento scolastico
  • Imparare a leggere la realtà circostante
  • Conoscere l’offerta formativa del territorio

Laura Veroni

IN SALA D'INCISIONE


7 Luglio 2011

IN SALA D'INCISIONE
IL MIO MARE IMMENSO

E il sogno continua: mi incidono il pezzo col quale ho vinto il concorso canoro di Porto Ceresio!
Ancora non riesco a rendermi conto che tutto questo stia succedendo davvero!
Oggi la giornata è piovosa, grigia, ma io sono felice, raggiante.
Arrivo alla sala di incisione: non ne avevo mai vista una, prima d'ora. E' grandissima, piena di macchinari, di mixer di dimensioni spropositate, con un sacco di pulsanti, di casse, microfoni e quant'altro. Ci sono tre stanze. Una è separata dalla sala registrazione da un'immensa vetrata: è lì che devo entrare, io sola.
Claudio, il tecnico audio, starà dall'altra parte del vetro a "dirigere" il tutto.
Faccio un rapido calcolo: sono le 14.30: al massimo per le 15 avrò terminato. E' quello che credo. Che ingenuamente credo.

Claudio mi invita a rilassarmi, a stare tranquilla. "Qui non si arrabbia nessuno, se sbagli", mi dice, "Puoi rifare tutte le volte che lo ritieni opportuno."
E' gentile e infonde fiducia, ma io mi sento un po' agitata e ho il fiato corto (cosa non buona, per cantare).
Ma lui è un professionista e mi mette subito a mio agio.
"
E' la prima volta?" Mi chiede. Certo che lo è! La mia prima volta in un mondo che ho sempre fantasticato nei miei sogni segreti di bambina e in quelli di donna, perché non ho mai smesso di sperare che un  giorno avrei vissuto questa esperienza.

L'anno scorso mi ero iscritta a X-Factor, ero stata contattata dalla redazione e invitata a presentarmi per i provini. Avevo già compilato tutte le carte necessarie, poi il blocco davanti al contratto... Troppo vincolante, troppo impegnativo. E così avevo deciso di spezzare le ali al mio sogno.

"Canterò a Sanremo!" Dicevo sempre da ragazzina. "Canterò a Sanremo. Un giorno lo farò!" Ho continuato a dire da adulta.
Mio marito sorrideva e scuoteva la testa. Un giorno mi disse: "Partiamo, ti porto a Sanremo! Ti porto a cantare sul lungomare, così potrai dire di avere realizzato il tuo sogno!". Ci andammo veramente. Volli visitare anche l'Ariston. All'ingresso, le foto di numerosi cantanti e una statuetta dorata, dedicata alla vittoria di Anna Oxa e Fausto Leali con la canzone "Ti lascerò". Alloggiammo nell'hotel che aveva ospitato i più famosi cantanti. Il cameriere più anziano ci parlava sempre dei loro "capricci".
Ma non era lì che volevo arrivare.

E il sogno è sempre nel cassetto, in quello che non chiudo mai.

Ma adesso voglio vivere pienamente questa esperienza, voglio respirare a fondo ogni profumo di questa stanza, voglio immortalare dentro di me gli strumenti, le macchine, i rumori, le mie emozioni, tutto.

"Coraggio, Laura, ora vai di là, indossa le cuffie, posizionati vicino al microfono e segui le mie istruzioni!".
La registrazione dura tre ore e mezzo!!!
Claudio è meticoloso, preciso, mi fa ripetere più e più volte frammenti di canzone, cerca la perfezione, mi corregge il respiro, se fa troppo rumore, mi interrompe per una "r" troppo vibrante, per una "s" troppo sibilante, per una "o" troppo chiusa, per una finale troppo corta, per una troppo lunga...
"Di nuovo, rifai questo pezzo!".

All'inizio sono in difficoltà, perché fatico a riprendere il testo da dove l'ho lasciato, ma mi insegna il trucco: cantare sopra alla parte già registrata e non fermarmi.
Non saprei dire quante volte ho ricantato la canzone, prima di sentire in cuffia: "Ok, adesso ci siamo! Puoi uscire.".

Vado nell'altra sala, quella degli strumenti, dove Claudio mixa il pezzo, aggiunge effetti di eco alla voce, alza o abbassa i volumi, compone i vari pezzi, come un collage, come un puzzle che poco alla volta prende forma.
Alla fine, il brano è pronto e lo ascoltiamo insieme.
Non ho parole: è la mia voce quella che esce dalle casse, sono proprio io quella che canta! E sembra un disco vero.

"Questo è il tuo premio, Laura! Te lo sei meritato!" Mi dice Claudio. E sorride. Mi stringe la mano e mi accompagna all'auto.
Torno a casa col mio cd, con quel pezzo di sogno realizzato: IL MIO MARE IMMENSO!
E sono
FELICE!!!

la copertina del cd

Lau

CERESIO’S FESTIVAL


CERESIO’S FESTIVAL 02 07 2011
IL MIO SANREMO

(in coda all'articolo, il video e la canzone)

2 Luglio 2011, piazza Bossi di Porto Ceresio, ore 18.00, i partecipanti al concorso canoro indetto dalla Pro Loco, si apprestano a provare.
Fa caldo, il sole è cocente, lì, in riva al lago.
Ho percorso tutto il tragitto da casa a domandarmi cosa stessi facendo. “E’ una follia!”, continuavo a ripetermi, mentre le viscere si contorcevano dalla fifa.
Mettersi in gioco, per la prima volta, a 48 anni, confrontarmi con un gruppo di ragazzi di un’età compresa fra i 20 e i 28/30, con l’eccezione di una ragazzina quattordicenne dalla voce strepitosa; ragazzi che studiano canto da anni, persone che cantano nei locali, che fanno serate…
Io canto da soli due anni in un gruppo, ma non inseguiamo ambizioni, non facciamo serate: ci esibiamo alla festa di Natale e a quella di fine anno della scuola.
Ho iniziato a studiare canto seriamente, coltivando la mia passione, il mio sogno di bambina, solamente dallo scorso Dicembre.
Perché presentarmi ad un concorso serio, perché confrontarmi, sottopormi al giudizio di una giuria di esperti, musicisti, maestri di canto e composizione, discografici?
Perché  lo VOGLIO. FORTEMENTE LO VOGLIO!
Inizio delle prove, ci assegnano il numero che ci contraddistinguerà durante la gara: sono la numero NOVE. In tutto siamo 23.
Mi guardo intorno: ragazzi tesi, agitati, come me. Chi fuma come un turco, chi continua a spruzzarsi in gola spray balsamici, chi beve acqua come una spugna, me compresa (ho la gola totalmente asciutta, per l’agitazione).
Oddio, devo cantare a memoria! … Io sono abituata a leggere i testi, durante i concerti col mio gruppo.
Calma, Laura, calma…
Devo mettere insieme un sacco di cose: respirazione diaframmatica; attacco glottale, aspirato, simultaneo; maschera facciale; appoggio, ancoraggio…
Devo cercare di essere disinvolta sul palco, devo abbandonare le tensioni, devo abbandonarmi alla musica, seguire il tempo, placare il violento tum tum del cuore.
E guardare, per la prima volta, il pubblico e non un foglio stampato, dietro al quale avevo sempre nascosto le mie insicurezze.
Gli altri concorrenti sono bravi. Accidenti, se sono bravi!!!
Alcuni presentano canzoni difficili, molto tecniche, anche in inglese. Un po’ mi scoraggio, ma sono DECISA AD ANDARE FINO IN FONDO A QUESTA PROVA, perché è la MIA prova.
Ore 21.30, si accendono le luci sul palco e la presentatrice annuncia l’inizio della gara.
Sfiliamo tutti insieme, esibendo il numerino: flash di macchine fotografiche, applausi del pubblico, adrenalina a mille.
E via, alla competizione!
Non posso vedere i miei compagni di avventura, poiché siamo tutti dietro le quinte, posso solo sentirli: sono ancora meglio che nelle prove. Ognuno dà il meglio di sé, tira fuori la grinta, gioca tutte le sue carte.
Il clima dietro le quinte è caldo, anzi bollente. I ragazzi fanno scongiuri, ripassano i pezzi, ballano sulle note di chi in quel momento si sta esibendo. Qualcuno va in ansia e vorrebbe piangere. Parliamo tra di noi delle nostre paure.
All’inizio con me sono distanti, mi vedono “vecchia”, poi iniziano a sciogliersi, anche perché io mi avvicino e parlo con loro. A quel punto divento la chioccia, la sorella maggiore, forse la mamma, per alcuni. Ed ecco che mi buttano le braccia al collo, mi baciano sulle guance, mi tengono la mano, in cerca di conforto, di sostegno, quello di cui avrei bisogno anche io. Isabella non smette di abbracciarmi. Parla a raffica, per stemperare la tensione.
Una ragazza, Cinzia, mi racconta la sua storia. E’ sfiduciata, si sente incapace, non all’altezza. Eppure l’ho sentita: è brava, ha una bella voce. Non crede in se stessa, continua a ripetere che gli altri sono più bravi, che verrà eliminata. Le faccio coraggio, la sprono a dare il massimo, tanto, vada come vada, è già un successo essere lì, significa già avere vinto la sfida con se stessi.
Cantiamo tutti una volta i nostri pezzi e attendiamo il responso della giuria: verranno scelti gli otto finalisti, che ricanteranno. Dopo di ché verranno proclamati i tre vincitori.
Non mi aspetto nulla. Invece…
SONO IN FINALE!!!
 Dio, non ci posso credere: SONO IN FINALE!!!
E’ una gioia immensa! Un’emozione enorme, una felicità grandissima!
Mi basta così: sono felice così.
La seconda volta, canto rilassata, proprio perché davvero mi basta così. Nemmeno pensavo che avrei mai avuto il coraggio di salire su questo palco.
Il mio pezzo viene annunciato dalla presentatrice:
Laura Veroni canta IL MARE IMMENSO, DI GIUSY FERRERI.
Ed ecco un coro di voci si leva alla destra del palco (è un gruppo di ragazzi, ma non riesco a vederli: ho i riflettori puntati e la sera è buia): “Dai, Laura, facci annegare nel tuo mare!”.
Terminate le esibizioni degli otto finalisti, veniamo invitati tutti sul palco, a sfilare davanti al pubblico e alla giuria.
Poi…
Vengono proclamati i tre vincitori del festival e…
 CI SONO ANCHE IO!!!
Io, Cinzia, la ragazza che diceva “Non ce la farò mai”, e Marco, il ragazzo col quale sono entrata in sintonia da subito. Ci abbracciamo tutti e tre, colmi di felicità pura.
Cinzia piange, mi guarda con occhi smarriti, mi stringe forte, affonda il viso nell’incavo del mio collo. Vorrei baciarla: SONO FELICE PER LEI, LO SONO PER MARCO E LO SONO PER ME!!!
Ci guardiamo negli occhi tutti e tre e i nostri sguardi dicono tutto, senza bisogno di sprecare parole. Ognuno di noi porta con sé la propria storia. Ci stringiamo, posiamo per le foto di circostanza, sorridiamo e respiriamo tutto quello che possiamo di questa lunga notte.




Di seguito l'articolo pubblicato su LaPrealpina.it



 LAPREALPINA.IT
LA GARA

La prof canta. E sale sul podio

Laura Veroni: da insegnante alla Vidoletti a applaudita voce del Ceresio's Festival

Porto Ceresio - Una "prof" sul podio canoro. Un'esperienza che diventa racconto per il suo blog e che insegna che nessun ruolo sociale e tanto meno alcun'età anagrafica - nel caso dissimulata da spirito e appeal refrattarî al tempo - possono contenere gli slanci dell'anima.
Proseguono così, tra l'incanto condiviso da chi si cimenta e da chi applaude, le notti magiche di Porto Ceresio. L’altra sera la piazza centrale era gremita di pubblico che ha assistito alla seconda edizione del "Ceresio’s Festival", concorso della canzone organizzato dall’attiva Pro Loco presieduta da Sergio Giacon. Si sono succeduti sul palco ventitré concorrenti (foto Blitz), di età compresa fra i tredici e i quasi "anta", alcuni provenienti anche da diverse regioni italiane. Una giuria tecnica ha scelto il vincitore. Si tratta di Marco Orlando di Varese, che ha interpretato "Il mare calmo della sera". Al secondo posto Cinzia Campo di Cuasso al Monte e al terzo, per l'appunto, Laura Veroni, insegnante di Lettere alle scuole medie dell'Istituto comprensivo "Vidoletti" di Varese. La direzione dell’evento musicale, che fa di Porto Ceresio una piccola Sanremo, è stata affidata ad Italo Case, mentre Miriam Giuliani è stata la presentatrice della serata, interamente ripresa dall’operatore Gianni Verdolini. E ora si pensa all’edizione del prossimo anno: per informazioni si deve utilizzare l’indirizzo di posta elettronica ceresiofestival@libero.it.

video




Lau

ADHD, DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’


ADHD, DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’

CORSO DI AGGIORNAMENTO
UNIVERSITA' DELL'INSUBRIA DI VARESE
Il corso è stato organizzato totalmente dall’AIFA Onlus Lombardia, a tutt’oggi l’unica Associazione di Famiglie in Italia, che, grazie al suo operato, ha contribuito al riconoscimento del disturbo.
Per merito della suddetta Associazione, è ora possibile diagnosticare l'ADHD e affrontarne le problematiche connesse  con  terapie adeguate.
L'AIFA ha inoltre contribuito a diffondere la conoscenza di questo disturbo.
Per maggiori informazioni clicca su AIFA Onlus Lombardia (per tornare all'articolo, freccia INDIETRO).
Una volta, nemmeno si sapeva che cosa fosse l’ADHD, così come non si conoscevano molte altre problematiche degli alunni.
Quando io ero bambina, per esempio, negli anni ‘60/’70, nelle classi, gli alunni venivano giudicati bravi o somari e a nessuna maestra veniva in mente di convocare i genitori di bambini particolarmente irrequieti e disturbatori, nonché disattenti e con scarso rendimento scolastico, per comunicare loro il sospetto che i figli fossero affetti da ADHD.
Fortunatamente, oggi i nostri ragazzi ricevono molte più attenzioni, sia da parte delle famiglie che degli insegnanti stessi, e i loro problemi vengono colti e raccolti dagli adulti di riferimento con la giusta attenzione, anche grazie ai progressi della scienza medica e all’apertura della scuola alle famiglie, nonché alle strutture sociosanitarie, che hanno visto il realizzarsi di una reciproca collaborazione fattiva tra i vari soggetti, a vantaggio dei ragazzi che vivono determinati disagi.

30/03/2011
ASPETTI CLINICI DELL'ADHD
Dott.ri Paolo Piccinelli e Cristiano Termine

ADHD significa DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA’ e colpisce circa il 4% dei bambini in età scolare.
Questi bambini sono spesso normalissimi e non è sempre facile diagnosticare il disturbo, anche perché molti soggetti sono borderline.
L’ADHD è una malattia che richiede molta fatica, da parte di chi vive accanto al bambino che ne è affetto. In particolare, i genitori si trovano a dover affrontare un compito gravoso, spesso non capiscono come il figlio possa comportarsi in un determinato modo, nonostante i loro insegnamenti, e capita che vadano in crisi a loro volta, che si autocolpevolizzino, che si mettano in discussione proprio come genitori. A volte si arriva persino alla crisi della coppia genitoriale. Non è facile vivere con un soggetto affetto da ADHD, per questo occorre una collaborazione fattiva tra famiglia, scuola e specialisti.
La prima cosa da fare consiste nel MIGLIORARE  le relazioni, affinché i bambini non si sentano, e non vengano di fatto, isolati dagli altri, a causa del loro comportamento eccessivamente disturbante e disturbato.
Spesso il loro comportamento equivale ad una difesa: più l’ambiente li sola, più si sentono inadeguati, la stima di sé peggiora, diventano depressi e peggiora anche la loro irrequietezza.
Importante sarà allora migliorare l’accettabilità sociale del disturbo.
Come? Cominciando dal guardare ai punti di forza del soggetto, anziché al negativo del comportamento.
Per quanto riguarda nello specifico i docenti, dovremo insistere sul piano didattico, su quella che è la METACOGNIZIONE.
Dobbiamo quindi cercare di stimolare l’attenzione in modo motivante (non umiliante) e rendere l’apprendimento divertente per quanto possibile. Dovremo, inoltre, cercare di attuare interventi multimodali.

Nei casi più gravi, si dovrà ricorrere alla somministrazione di farmaci, sotto stretto controllo medico, vista la loro pericolosità e i numerosi effetti collaterali a carico dell’organismo a vari livelli.
Ma come possiamo diagnosticare la malattia?
Non è certo semplice.
I genitori si rivolgono molte volte ai medici con notevole ritardo, dopo numerosi tentativi di “raddrizzare” il figlio attraverso castighi e discussioni. Gli insuccessi scolastici, le risposte negative, l’aggressività, l’impulsività, la rabbia espressa dal bambino, ad un certo punto, conducono la famiglia alla disperazione e alla necessità di chiedere aiuto a degli esperti.
I medici, per diagnosticare il disturbo, sottopongono il bambino a test del linguaggio, della memoria, delle abilità visuo-spaziali-grafiche, delle funzioni logiche e differenziali e delle funzioni esecutive. I test vengono ripetuti almeno quattro volte.
Ai genitori vengono sottoposti dei questionari, così pure agli insegnanti, secondo una scala di valori di interpretazione del comportamento del soggetto preso in esame.
Tali test vengono ovviamente messi a confronto tra loro e considerati anche in base all’osservazione diretta del bambino.
Capita spesso che il soggetto, analizzato in studio, metta in atto strategie di difesa, tali che risulti impossibile rilevarne la problematica.
La condizione del bambino affetto da ADHD viene rilevata quando si manifestano almeno sei atteggiamenti tipici del disturbo e quando questo dura da almeno sei mesi continuativi. Teniamo presente, inoltre, che la malattia non compare all’improvviso, ma si evolve nel tempo con una certa gradualità. Compare sin dai primi anni di vita e si manifesta in tutti i contesti relazionali (famiglia, scuola, gruppo sportivo, catechismo, oratorio ecc…).
 Ma torniamo al ruolo del docente, che ci riguarda da vicino.
Il docente DEVE  accertarsi del livello di attenzione. A questo proposito, sono FONDAMENTALI il CONTATTO VISIVO  e quello AFFETTIVO. Occorre chiamare questi bambini per nome, parlare con loro, capire come sono fatti, insomma, instaurare con loro un  RAPPORTO UMANO.
Dobbiamo fare sentire al ragazzo che ha una sua DIGNITA’ e non umiliarlo mai. Dobbiamo inoltre dare REGOLE CHIARE, STABILIRE DA SUBITO I CONFINI DEI RUOLI.
Per quel che concerne più propriamente la didattica, invece, occorre dar loro delle mappe logiche.
Dobbiamo concordare obiettivi comportamentali e didattici, allenare lo studente  a tenere in ordine il banco, preoccuparci che scriva sul diario i compiti, favorire l’insegnamento con l’uso di strumenti multimediali, assicurarci che abbia compreso le consegne, organizzare le verifiche suddividendole in più parti, comunicargli i tempi di esecuzione del compito, valutare i suoi lavori dal punto di vista del contenuto e non da quello della forma, evitare di comminargli punizioni quali sospensione dell’intervallo (sarebbe deleterio per un iperattivo) o copiatura forzata di compiti o eliminazione di incarichi (che invece dobbiamo assegnargli per valorizzarlo), dobbiamo gratificarlo spesso.
 Campanelli d’allarme, per individuare il problema, possono essere i seguenti:
  • non presta attenzione ai particolari
  • ha difficoltà nel mantenere l’attenzione su compiti e attività per tempi prolungati
  • non ascolta chi parla e non segue le istruzioni
  • ha difficoltà ad organizzarsi nei compiti e cerca di evitare quelle che richiedono sforzo ed impegno mentale protratti
  • non rispetta il proprio turno d’intervento
  • parla e interrompe continuamente gli altri
  • è invadente.
 La forma più insidiosa di questo disturbo è rappresentata dalla DISATTENZIONE ISOLATA. In questo caso, il bambino non  è iperattivo, non dà fastidio, ma è sempre con la testa tra le nuvole.
In questo caso, la diagnosi arriva con circa 4 anni di ritardo, rispetto agli altri casi e rende ancora più difficile l’approccio.
 La sindrome ADHD non curata comporta una crescita disagiata del soggetto nei vari ambiti dell’esistenza, con disturbi conseguenti della personalità e difficoltà relazionali, insuccessi scolastici e lavorativi, possibili comportamenti devianti nell’età adulta, più o meno gravi.
Il disturbo non guarisce da sé, generalmente tende a peggiorare, solo in  alcuni casi migliora, ma di poco, compromettendo comunque la qualità della vita.
 Quale terapia dunque?
Si interverrà a vari livelli, con il PARENT TRAINING, un percorso psicologico per le famiglie, il TEACHER TRAINING, destinato invece ai docenti, nonché, ovviamente, il TRAINING mirato sul soggetto.
 Un corretto approccio al problema e un percorso diagnostico/terapeutico protetto viene garantito dal REGISTRO NAZIONALE ADHD, il cui scopo è dare indicazioni corrette per la gestione, la diagnosi e la terapia, monitorare la salute del bambino tramite la rete di neuropsichiatri e centri di riferimento regionali.
Per gestire correttamente il comportamento del bambino ADHD occorre creare un ambiente che favorisca l’autoregolazione e la riflessività del bambino, semplice e organizzato, con ritmi ordinari organizzati.

07/04/2011
FILMATO ADHD
L’ADHD è un disturbo NEUROBIOLOGICO. Il soggetto che ne è colpito ne sarà affetto per tutta la vita. Da bambino sarà molto agitato, mentre da adulto il suo comportamento sarà più calmo, ma l’individuo soffrirà di una forte irrequietezza interiore.
E’ fondamentale che gli interventi siano tempestivi, proprio per evitare uno sviluppo difficoltoso.
Come già accennato, il soggetto ADHD non è bene adattato all’ambiente, non sa autogestirsi, va male a scuola, non ha amici, ha un vissuto di sofferenza.
Abbiamo anche visto che il disturbo si manifesta in tutti i contesti. A scuola, per restare nel campo di nostro interesse, il soggetto ha bisogno di continui stimoli che lo motivino e lo interessino, per cui passa da un’attività all’altra, senza portarne a termine alcuna, non rispetta le regole, tantomeno i tempi e gli spazi dei compagni. Dà l’impressione di voler fare tutto a modo suo. Inutili risultano le punizioni, come, spesso, inutile è la dolcezza. Se non riesce ad ottenere ciò che vuole, fa scene isteriche e capricci esagerati.
Ci sono voluti oltre 20 anni di ricerche scientifiche per capire che c’è una stretta correlazione tra il comportamento di un  certo tipo e un disfunzionamento cerebrale che determina appunto il disturbo.
Oggi ci si rende conto che tale disturbo è sempre più diffuso.
Il soggetto che ne è colpito mostra un DEFICIT  delle FUNZIONI ESECUTIVE (esempio della partita a scacchi, in cui occorre pensare, pianificare le mosse, prima di agire. In questo genere di partita, il soggetto ADHD sarà sempre perdente, poiché non è in grado di mettere in atto strategie di pianificazione e di attenzione).
L’ADHD è frettoloso, impreciso, impulsivo, non è in grado di organizzare il lavoro (difficoltà anche a riordinare la cartella, il banco, la propria scrivania). Tale soggetto predilige attività che seguano il suo ritmo di lavoro, quali, ad esempio, i videogame.
Non riesce ad instaurare rapporti positivi con coetanei e con adulti, poiché entra sempre in contrasto, non accettando le regole, volendo imporre le proprie.
A scuola, getta la spugna, perché non riesce a coordinare più attività.
Spesso tali soggetti sono selettivi, assumono comportamenti a rischio per sé e per gli atri (spericolati e distratti in bicicletta, svoltano senza guardare; a piedi non guardano dove vanno ecc…). Da grandi, possono essere preda di alcool e droghe.
E’ importante, dunque, fare una diagnosi clinica tempestiva. Essa verrà effettuata tramite l’osservazione prolungata.
Il soggetto ADHD necessita di una terapia multimodale, con interventi psicosociali e medici.
I soggetti coinvolti sono la famiglia, la scuola e ovviamente il bambino. Questo perché l’ambiente deve supportare il soggetto.
Come docenti, noi dobbiamo facilitare la vita in classe del bambino e lo possiamo fare scandendo la sua giornata con regole, ritmi e abitudini. Dobbiamo anche organizzare lo spazio fisico intorno a lui, che non sia distraente, quindi dobbiamo cercare una collocazione adeguata, possibilmente vicino alla cattedra, lontano da fonti di distrazione (no vicino alla finestra).
Qualora tutti gli interventi psicopedagogici si rivelassero fallimentari o inadeguati, si renderà necessario il ricorso alla terapia farmacologica.
ALUNNI ADHD: DIFFICOLTA’ A SCUOLA, CON I COETANEI E CON SE STESSI
Dottoressa Marta Sella, psicologa e psicoterapeuta  cognitivo - comportamentale.
CARATTERISTICHE  PRIMARIE DEL SOGGETTO ADHD:
  • DISATTENZIONE
  • IMPULSIVITA’
  • IPERATTIVITA’
CARATTERISTICHE  SECONDARIE:
  • SCARSO RENDIMENTO SCOLASTICO/DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO
  • BASSA AUTOSTIMA
  • DIFFICOLTA’ DI RELAZIONARSI CON I COETANEI
  • AGGRESSIVITA’ VERBALE/FISICA
Il bambino non si sente più adeguato alle situazioni.
In lui è presente un DEFICIT DI AUTOREGOLAZIONE DELLE FUNZIONI ESECUTIVE: difficoltà attentive e nella soluzione dei problemi.
LE FUNZIONI ESECUTIVE COMPRENDONO:
  • Inibizione della risposta (il bambino parla a sproposito, non sa quando è il momento di tacere e quando è possibile intervenire, non rispetta il proprio turno)
  • Pianificazione (non è in grado di pianificare il lavoro né di ordinare il materiale)
  • Memoria di lavoro (non è capace di “tenere” le informazioni)
Tali Funzioni Esecutive sono implicate:
  • nel FUNZIONAMENTO SCOLASTICO (rapporto con insegnanti e compagni) con ricaduta sul rendimento
  • nell’INTERAZIONE SOCIALE (rapporti con familiari, amici, compagni)
A scuola, come possiamo andare incontro alle sue difficoltà?
  • Diamo verifiche con poche domande, diversamente, il soggetto si scoraggia e pensa di non farcela, precipitando così nella depressione e nella disistima
  • Coinvolgiamolo in attività con i compagni, cosicché non si senta  e non venga isolato.
La vita in famiglia risulta difficoltosa per tutti i membri e spesso i genitori si sentono incompresi. A volte si sentono addirittura accusare dagli insegnanti di non seguire abbastanza il bambino.
Le difficoltà di relazione manifestate del soggetto ADHD sono stabili e predittive del funzionamento sociale futuro.
Ecco perché è importante un trattamento, quanto più possibile tempestivo, che migliori le abilità sociali.
Gli ADHD non riescono a valutare la gravità delle conseguenze delle proprie azioni (esempio: picchiano qualcuno e commentano “Ma non si è fatto niente!”).
Il bambino ADHD presenta delle caratteristiche ben precise:
  • È poco popolare
  • Non è particolarmente antipatico (alcuni sono addirittura simpatici)
  • Non è cercato dai coetanei
  • È in grado di farsi amicizie, ma non di mantenerle, a causa della sua impulsività
  • Tende ad imporsi aggressivamente nel gioco (liti, zuffe)
  • Viene evitato dagli altri bambini
  • Viene escluso dai giochi (perché non accetta e non  rispetta le regole, le stravolge a proprio favore, vuole imporsi …)
CAUSE DEI PROBLEMI RELAZIONALI:
mostra difficoltà nelle:
  • Abilità di partecipare a diverse attività in maniera adeguata
  • Abilità a fare richieste in modo corretto
  • Abilità a fare complimenti
Non sa quindi chiedere le cose in modo corretto, vorrebbe fare dei complimenti, ma non è in grado e risulta, al contrario, offensivo.
Le relazioni insoddisfacenti dipendono dalla mancanza delle abilità sociali.
Questi soggetti mostrano:
  • Poca attenzione agli indizi emotivi e sociali degli altri
  • Scarse abilità sociali
  • Uso inadeguato degli approcci sociali
  • Inadeguata consapevolezza degli effetti del proprio comportamento sugli altri
  • Scarsa empatia
  • Incomprensione dei feedback
Quindi non sanno comprendere il punto di vista degli altri, non comprendono l’intenzionalità altrui e reagiscono con sorpresa ai diversi atteggiamenti di adulti e coetanei (esempio: la mamma mi deve la paghetta, ma io mi sono comportato male e non me la dà. Io la pretendo. Mi viene spiegato perché non mi viene data, ma io continuo ad insistere MA ME LA DEVE DARE).
COME MIGLIORARE LE ABILITA’?
Occorre:
  • insegnare dei comportamenti sociali
  • far riflettere sul proprio comportamento in relazione agli altri
  • ascoltare gli altri, dimostrando di avere capito (chiediamogli di ripetere quello che abbiamo detto). Importante mantenere il CONTATTO OCULARE
  • pretendere che rispetti i tempi della comunicazione
  • insegnare QUANDO  si inizia una comunicazione e QUANDO  è il caso che si concluda
  • insegnare ad ascoltare
  • insegnargli a scegliere le parole, a non offendere, ad attendere che anche gli altri abbiano terminato di parlare
  • dobbiamo RIPETERE LE ISTRUZIONI
  • dobbiamo insegnargli a condividere senza volere qualcosa in cambio
  • insegnargli ad accettare le sconfitte
  • insegnargli ad accettare il compromesso
  • insegnargli ad offrire il proprio aiuto e ad accettare la risposta dell’altro che può non essere positiva
  • insegnargli a ringraziare e a scusarsi.
Masi (2005) sostiene che alla base dell’autostima ci sono SOLITUDINE E ABBANDONO, RIMPROVERI, ISOLAMENTO DEI COMPAGNI, INSUCCESSI SCOLASTICI/SPORTIVI.
L’autostima legata alle abilità sociali genera un circolo vizioso di difficile soluzione.
PROTOCOLLO OPERATIVO:
  • contatti Dirigente Scolastico – insegnanti – famiglia – specialisti
  • condivisione di diagnosi, indicazioni di trattamento, suggerimenti psico - educativi
  • docenti e operatori clinici devono definire strategie metodologico - didattiche per un migliore adattamento scolastico e sviluppo emotivo – comportamentale
  • sarà cura del docente utilizzare le tecniche educativo – didattiche ( a tale  proposito, si consulti la Circolare Ministeriale Prot. N. 4089 – 15/06/2010 . Se vuoi tornare all'articolo, vai sulla freccia INDIETRO).
CRITERI DI VALUTAZIONE:
Bocciare o promuovere il soggetto ADHD?
A tale proposito è fondamentale tenere presente che il comportamento del bambino ADHD è conseguenza di una malattia e non un atteggiamento voluto e intenzionalmente provocatorio.
E non dimentichiamo che
IL BAMBINO ADHD E’ PRIMA DI TUTTO UN BAMBINO CHE CHIEDE DI ESSERE ASCOLTATO E ACCETTATO.
 
LO STRESS DELL’INSEGNANTE DI FRONTE A CASI DI DIFFICILE GESTIONE
Dottoressa Francesca Sgroi
La professione docente causa spesso stress da “lavoro correlato” e di “Burnout”, in quanto coinvolge le emozioni, trattandosi di una professione basata sulla relazione e sull’educazione.
Il docente è soggetto a critiche da più parti: dirigente scolastico, genitori, alunni stessi.
Ma che cos’è lo stress? La parola significa SFORZO, SPINTA. Si tratta di una forza applicata ad una struttura per verificarne la resistenza.
C’è lo stress positivo (EUSTRESS), che stimola l’organismo a sperimentare nuove capacità di adattamento, ma se questo è eccessivo, ben presto si trasforma in stress negativo e ci si ammala.

Tre sono le fasi dello stress:
  • ALLARME: organi in allerta, adrenalina
  • RESISTENZA
  • ESAURIMENTO: il sistema immunitario va in deficit.
Burnout significa bruciarsi. Ci si sente appassiti, senza più risorse. Avvertiamo un forte stress, superiore alle nostre  capacità di resistenza. L’individuo, allora, si sente depresso, apatico.
CONSEGUENZE DELLO STRESS:
  • Emicrania
  • psoriasi e malattie della pelle
  • Disturbi del sonno
  • Disturbi del tratto gastrointestinale
  • Tristezza
  • Senso di impotenza
  • Rabbia
  • Depressione
  • Dimenticanze
  • Lapsus
  • Perdita delle abilità da problem solving
Come conseguenze, si verificano assenteismi, ritardi ecc…
Lo stress è un processo che deriva dagli agenti stressanti, ma è anche strettamente legato alla personalità dell’insegnante.
Vi contribuiscono FATTORI ESTERNI:
  • Istituzionali
  • Di costume
  • Interni alla scuola
  • Legati alla classe
  • Responsabilità intrinseca alla professione
  • Fattori della vita quotidiana
  • Presenza o meno di sostegno sociale
  • Insegnante stesso (suo atteggiamenti di fronte agli agenti stressanti).
Ogni insegnante presenta proprie caratteristiche, atteggiamenti, stili di vita, abilità diverse nel fronteggiare lo stress.
Esiste l’insegnante di tipo A, che vive uno stress autoprodotto (competitività, ambizione…); e l’insegnante di tipo B, che vive meno stress (deroga molto, non è arrivista ecc…).
ATTEGGIAMENTI A RISCHIO DI STRESS:
  • Autodepressivi
  • Disapprovazione
  • Critiche
  • Scarso riconoscimento professionale
  • Scarsa tolleranza alla frustrazione
  • Impotenza verso l’organizzazione scolastica
  • Rabbia verso gli alunni quando non si riesce a tenere la disciplina.
PER FRONTEGGIARE LO STRESS occorrono:
  • Abilità assertive (imparare a dire la propria)
  • Capacità di mantenere la disciplina in classe
  • Capacità di programmare il tempo
  • Mettere in atto pratiche di autorilassamento
  • Limitare le emozioni negative: collera, ansia, depressione.
Possiamo porci di fronte al problema con un atteggiamento positivo (terapia razionale – emotiva), ritenendo che gli eventi che ci capitano sono neutri cioè DIPENDE DA COME NOI LI ACCOGLIAMO E LI AFFRONTIAMO.
Gli STILI ATTRIBUTIVI rappresentano il MODO CHE CIASCUNO HA DI ATTRIBUIRE UNA CAUSA AD UN EVENTO.
Possiamo, per esempio, rispetto alla dimensione temporale della situazione, ritenere quest’ultima:
  • STABILE (non sono MAI riuscito a tenere la disciplina)
  • TRANSITORIA (quest’anno non riesco a tenere la disciplina)
Rispetto alla pervasività della situazione, possiamo ritenerla:
  • GLOBALE (investe tutti gli ambiti)
  • SPECIFICA (investe un solo ambito)
Rispetto alla causalizzazione della situazione, possiamo ritenerla:
  • Causa interna (Non sono riuscita a terminare il programma, quindi è colpa mia)
  • Causa esterna (attribuisco la colpa ad altro)
Molto importante è il GRUPPO DI LAVORO. Si tratta di un gruppo informale, finalizzato al sostegno reciproco nella discussione dei problemi, al di fuori dell’ufficialità, costituito da un numero limitato di persone. Ci si incontra per discutere di problemi e si cercano soluzioni comuni e condivise, in questo modo non ci si sente isolati e si crea il senso di appartenenza al gruppo che aiuta a tenere lontano lo stress.
E veniamo a L’ALUNNO ADHD IN CLASSE:
Tali soggetti sono incoercibili e resistenti alla punizione, perché i loro comportamenti sono determinati da un  disturbo e non da maleducazione.
Questi bambini sono molto selettivi nelle materie scolastiche. Si tratta di soggetti che vanno facilmente in collera, che litigano con l’adulto, lo sfidano, che rifiutano le regole, che irritano deliberatamente le persone e accusano gli altri dei propri errori, sono spesso rabbiosi, dispettosi e vendicativi.
Come può sopravvivere l’insegnante in questo tipo di relazione?
Deve fare ricorso ad alcune strategie educative:
  • Stabilire una priorità di problemi da risolvere, dal più serio a quello meno serio (l’ADHD si alza dal proprio posto continuamente e va al cestino per temperare, ma mentre va, pizzicotta un compagno? La priorità è che smetta di pizzicottare il compagno, non che non sta seduto al suo posto)
  • Frazionare i compiti più grandi in unità più piccole
  • Dirigere gli sforzi su uno o due problemi alla volta.
COME COMUNICARE CON I GENITORI DEL SOGGETTO ADHD?
A volte, i genitori non accettano suggerimenti o negano addirittura il problema, non sono collaborativi e colpevolizzano i compagni e gli insegnanti.

Cosa fare, allora, per favorire l’apprendimento del bambino ADHD?
  • delegare ad un insegnante a casa l’aiuto personale, sensibilizzando i genitori a far seguire il figlio
  • non comunicare etichette diagnostiche alla famiglia
  • comunicare col bambino.
Nella comunicazione è fondamentale evitare la forma passiva: non bisogna essere troppo morbidi; diamo ordini precisi e decisi, ma non aggressivi. Evitiamo minacce, critiche, parole mortificanti. La severità eccessiva MORTIFICA e non aiuta!
USIAMO LA COMUNICAZIONE ASSERTIVA: manteniamo la calma, siamo chiari, diretti, decisi. Diciamo solo lo stretto necessario, rispettiamo la chiarezza, guardiamo il bambino negli occhi, non usiamo i compagni come mediatori (evitiamo frasi come “Diglielo tu”), non diamo ordini interrogativi (non diciamo: “Non ti sembra ora di smetterla?” Lui potrebbe pensare di no, che non sia ancora ora), evitiamo il sarcasmo, l’ironia, i confronti, le critiche negative.
Se dobbiamo riprenderlo, facciamolo piuttosto a tu per tu. Restiamo calmi nelle situazioni di crisi, cerchiamo di essere accoglienti e propositivi, consapevoli delle cause che scatenano la crisi. Diamo sempre regole, perché LE REGOLE SONO RASSICURANTI, ma ricordiamoci che la loro FORMULAZIONE deve essere PARTECIPATA e ricordiamoci di formularle in maniera positiva (non diciamo: “NON  parlate senza avere prima alzato la mano”, ma diciamo: “Alzate la mano, prima di parlare!”).
Poiché ogni bambino è diverso dall’altro, teniamo conto delle diversità, nella stesura del PROGETTO EDUCATIVO PERSONALIZZATO, partendo dalla rilevazione del problema comportamentale.
Chiediamoci, quindi, quali siano le criticità (Non programma le attività? Non è rivolto all’obiettivo? Non riconosce la difficoltà del compito? E’ caotico e frettoloso?)
Se l’alunno ADHD non tollera l’errore, la frustrazione, lo sforzo mentale, la costanza, l’attesa del risultato, si innescherà una spirale negativa, che porterà all’insuccesso scolastico e nella vita, con disturbi della personalità.
Per innescare la spirale positiva, il docente deve MOTIVARE il ragazzo.
 ESEGUI IL TEST, PER VALUTARE IL TUO LIVELLO DI STRESS
(tratto da: Di Pietro e Rampazzo, LO STRESS DELL'INSEGNANTE, Trento, Erikson)
(Se vuoi tornare all'articolo, vai sulla freccia INDIETRO).

13 Aprile 2011
ADHD IN LOMBARDIA, UNO SGUARDO EPIDEMIOLOGICO
Dottoressa Anna Didoni
Si stima che negli Stati Uniti la percentuale della popolazione, colpita da ADHD, trattata con terapia farmacologica corrisponda all’8%, a differenza dell’Italia, il cui dato si aggira intorno all’1%.
Come già visto nelle pagine precedenti, è fondamentale l’intervento tempestivo su questi soggetti, per assicurare loro la possibilità di apprendere e di avere una vita sociale soddisfacente.
Una domanda che viene spontaneo porsi è DOVE ANDARE? A CHI RIVOLGERSI?
E la risposta è: ai CENTRI DI RIFERIMENTO.
E’ importante sapere che esiste un REGISTRO che contiene i vari dati relativi al monitoraggio dei soggetti ADHD, comprensivo anche delle terapie farmacologiche, con lo scopo di verificarne la sicurezza e il beneficio.
Il Centro di Riferimento effettua una verifica e valuta la somministrazione del farmaco, la cui durata, comprensiva di controllo, si aggira intorno ai 6 mesi.
Le sostanze con cui viene trattato il soggetto ADHD sono a base di METILFENIDATO  e  ATOMOXETINA.
Tornando ai dati, si stima che in Lombardia, nel 2008, su 860 soggetti, affetti da questa sindrome, 209 erano in trattamento farmacologico, il che sta a dimostrare che una percentuale minima di bambini assume farmaci. Nella maggioranza, si tratta di maschi di età compresa tra gli 8 e i 12 anni.
Solitamente, sono proprio i genitori che si rivolgono ai centri di riferimento, quando individuano nel proprio figlio i seguenti sintomi:
  • PROBLEMI SCOLASTICI
  • PROBLEMI DI APPRENDIMENTO
  • ATTEGGIAMENTI DI OPPOSITIVITA’/PROVOCAZIONE
Generalmente, questi bambini presentano più di una diagnosi (COMORBILITA’).
La durata della terapia farmacologica varia da soggetto a soggetto e può andare da 1 a 1110 giorni, con una media di 500 giorni. Si evince che alcuni soggetti la interrompano, a causa degli effetti collaterali o dell’inutilità della stessa.
Ma quali sono questi effetti collaterali? Essi vanno dalla tachicardia, alla sonnolenza, all’umore instabile, al dimagrimento, alla cefalea ecc…
Maggiori informazioni si possono reperire sul sito dell’ISS (Istituto Superiore della Sanità):
www.iss.it/adhd (per tornare all’articolo, clicca sulla freccia INDIETRO).
Altro sito di interesse:
http://crc.marionegri.it/bonati/adhdnews/subscribe.html (per tornare all’articolo, clicca sulla freccia INDIETRO).

COINVOLGIMENTO NELLA CLASSE; TECNICHE SPECIFICHE DI INTERVENTO PSICOEDUCATIVO COMPORTAMENTALE; STRATEGIE E PROCEDURE
Dottoressa Lucia Cento
E veniamo alla funzione DOCENTE  e al rapporto col bambino ADHD nella classe.
La Dottoressa Cento fa notare subito quali sono i
comportamenti da evitare assolutamente da parte dell’insegnante con l’alunno ADHD:
  • Minacce e punizioni (generano oppositività e/o chiusura)
  • Note e rimproveri (generano disistima)
  • Compiti scolastici in eccesso (generano rifiuto e disinvestimento)
  • Sospensione
Dobbiamo sempre tenere presente che IL BAMBINO ADHD NASCE COSI’, GLI MANCA L’AUTOREGOLAZIONE  e non lo fa apposta, quindi non va punito, perché il suo comportamento non è una sua colpa, ma un problema di origine genetica.
La Dottoressa riporta il caso di un bambino in terapia con lei. La maestra lo aveva punito per la sua “agitazione” in classe, facendogli scrivere sul quaderno per 100 volte SONO UN BAMBINO AGITATO. La dottoressa aveva fatto allora scrivere al bambino, in risposta alla maestra: SOFFRO DI IPERATTIVITÀ per 100 volte (al pc col copia-incolla).
Che cosa può fare l’insegnante con un bambino così?
Può:
  • Instaurare delle routine (gesti e rituali abitudinari quotidiani, da rispettare rigorosamente, nei limiti del possibile, senza invertire l’ordine delle azioni)
  • Stabilire delle regole (poche, da un minimo di 3 a un massimo di 8, tutte rigorosamente formulate in forma POSITIVA). Le regole variano da bambino a bambino e da classe a classe.
  • Offrire informazioni di ritorno (es: se fa male un compito, dirgli che cosa ha sbagliato, che cosa non è andato bene)
E’ molto importante che l’insegnante istruisca la classe sul comportamento da adottare col soggetto ADHD.
Per fare questo, ovviamente, è necessario:
  • essere in possesso di una certificazione diagnostica della malattia (si può fare non prima dei 6 anni)
  • avere concordato con i genitori il comportamento da tenere in classe e l’opportunità di rendere l’intero gruppo di bambini partecipe del problema (per questo è bene fare sottoscrivere ad entrambi i genitori il consenso alla divulgazione del problema);
In un secondo momento, risulterà opportuno:
  • informare i bambini, in assenza del soggetto in questione,
  • affrontare la discussione del problema, in un secondo momento, in presenza del bambino stesso.
In questo modo, si opererà per “equipe”: i compagni si domanderanno Che cosa possiamo fare per lui? E lui si domanderà Che cosa posso fare io per loro? Così si lavorerà in gruppo, per affrontare con maggiore forza e serenità il problema.
Il coinvolgimento degli altri bambini è una sorta di tutoring o apprendimento cooperativo, che dà comunque esiti positivi. Il bambino ADHD, infatti, deve essere al centro di una rete che vede coinvolti vari soggetti: genitori, docenti, compagni, psicologi, pedagogisti ecc…, tra i quali è importante ci sia coerenza di intenti.
L’ADHD è una PATOLOGIA INVALIDANTE dal punto di vista comportamentale e relazionale e il soggetto colpito può essere considerato diversamente abile.

Tornando al lavoro cooperativo col gruppo classe, è fondamentale che su tutto il gruppo si instaurino delle routine, delle regolarità, delle scadenze prestabilite, in quanto queste aiutano il bambino ADHD a comprendere:
  • cosa
  • come
  • quando
Più routine si realizzano, meno instabile sarà il comportamento.
Ma vediamo alcuni esempi di routine:
  • ingresso in classe ad ora fissa
  • routine di inizio lezione (prendere visione del materiale, ad esempio)
  • presentazione delle attività della giornata
  • scansione dei tempi di lavoro
  • pause concordate
  • dettatura dei compiti e controllo
  • routine di saluto e di uscita a fine lezione
Teniamo, inoltre, presente che a questi bambini non si può chiedere di lavorare per un’ora di seguito, ma occorre frazionare i tempi di lavoro.
Durante le pause, però, il bambino non va lasciato libero di fare quello che vuole. Occorre quindi stabilire dei compiti comportamentali (es: cancellare la lavagna, mandarlo a fare le fotocopie ecc…).
Le REGOLE  devono essere CHIARE E CONOSCIUTE DA TUTTI.
Esse risultano importanti, poiché aiutano a:
  • organizzare spazi e tempi
  • sapere in anticipo quali azioni sono errate
  • prevedere con anticipo esiti e conseguenze
Come docenti, possiamo aiutare questi bambini anche spronandoli e supportandoli nel riordinare le storie. Prendiamo una fiaba, ad esempio, dividiamola in sequenze, ritagliamo le sequenze e mischiamole, poi aiutiamolo a rimetterle in ordine (all’inizio sarà un disastro poi, poco alla volta, riuscirà a farlo).
Le REGOLE DELLA CLASSE devono, come abbiamo detto, essere condivise e si deve dare ai ragazzi la possibilità di approvarle e modificarle.
Esse devono essere:
  • positive (non divieti!)
  • semplici ed espresse chiaramente
  • descrivere azioni in modo operativo
  • utilizzare simboli pittorici colorati
  • poche
Molto importante è poi il RINFORZO SOCIALE: diamo un PREMIO al bambino che rispetta le regole (esempio facciamo un gioco oppure mettiamogli le faccine sorridenti accanto ai voti postivi…).
Quali sono le conseguenze della malattia sul piano dell’apprendimento?
  • Disgrafia
  • Difficoltà nella stesura di testi scritti
  • Difficoltà nell’esposizione orale
  • Difficoltà nella soluzione dei problemi
  • Difficoltà nella memorizzazione e nel richiamo delle conoscenze pregresse
Diamo al bambino l’orario scolastico giorno per giorno (ogni giorno di un colore diverso), descriviamogli tutte le materie in modo ordinato.
Il bambino ADHD è avverso alla scuola, perché, nonostante gli sforzi che compie, non ottiene risultati. Questi bambini rifiutano i lavori lunghi, anche se semplici, hanno difficoltà di lettura e di comprensione del testo scritto, fanno meno fatica ad ascoltare.
Occorre, dunque:
  • Accorciare i tempi di lavoro
  • Ricorrere al canale visivo (fumetto)
  • Far ripetere al ragazzo le informazioni rilevanti
Prestiamo attenzione alla disposizione dei banchi. Il bambino ADHD non deve stare accanto alla cattedra, non deve stare vicino ad elementi di distrazione, deve stare in posizione centrale (lontano da cestino, finestra, porta); non deve esserci nulla sul suo banco né sul banco del suo compagno. Occorre cambiargli spesso il compagno di banco. Non spostiamolo mai oltre la terza fila, lasciamolo in una posizione che ci consenta di mantenere con lui il contatto visivo.
Come regolarci con le verifiche:
  • Suddividiamole in piccole parti
  • Concordiamo segnali comprensibili a noi e a lui per indicare la perdita di concentrazione
  • Avviamo il bambino all’autocontrollo sul proprio prodotto scolastico: caccia all’errore
  • Non prestiamo troppa attenzione ai suoi pasticci (cancellature)
  • Curiamo la comprensione delle consegne scritte
  • Accertiamoci che abbia compreso la consegna nella sua interezza
  • Mai domande aperte
E poi:
  • Dettiamo i compiti prima del suono della campanella
  • Avviciniamoci al suo banco durante la dettatura
  • Moduliamo sempre la voce (siamo espressivi)
  • Richiamiamo spesso la sua attenzione, ponendogli domande
Per quanto concerne il RINFORZO:
  • Scegliamo il comportamento da incrementare
  • Scegliamo il rinforzatore
  • Applichiamolo
Scopriamo qualche suo interesse, qualche sua passione e facciamolo parlare di questa alla classe: i compagni lo troveranno interessante e per lui sarà motivo di autostima, mentre per noi di stimolo alla motivazione. Così facendo, si alzerà anche il suo livello di apprendimento e lui starà più volentieri in classe.
Per coltivare la CRESCITA DELLA MOTIVAZIONE:
  • Manteniamo il contatto oculare
  • Riconduciamolo al compito da svolgere
  • Aiutiamolo a strutturare
  • Coinvolgiamolo nelle attività
  • Incoraggiamolo
  • Individuiamo i suoi punti di forza
Laura Veroni