domenica 10 dicembre 2017

Verso l'autodistruzione



Stroncato da infarto in piazza Castello: attorno continuano le acrobazie in skate dei ragazzini.
E' il titolo di un articolo apparso sul quotidiano LA STAMPA di Torino.
Indignati per l'indifferenza dei ragazzini che continuano le loro acrobazie sugli skate. Questa la reazione dei lettori.      
Ho letto la notizia ieri in tarda mattinata sui social. Commento o non commento?, mi sono chiesta. Ho preferito lasciar cadere la cosa, per evitare di "scivolare" nel già detto, nel già ripetuto, nel "come sopra". Ma il pensiero è rimasto lì, finché ho deciso di dire anch'io la mia. Parto subito con l'affermare che sono rimasta anch'io scandalizzata dall'atteggiamento dei ragazzi, ma poi mi è venuto quasi da prendere le loro difese e sapete perché? Perché non è colpa loro, se sono rimasti indifferenti davanti a un uomo morto. E non è nemmeno colpa della società, questa entità così astratta sulla quale è facile riversare la responsabilità, giusto per lavarsene le mani: è colpa nostra. Ci siamo dentro tutti, chiamati a rispondere in prima persona di quello che sta succedendo in questo mondo che sta andando verso l'autodistruzione. Se non siamo noi adulti a educare i nostri figli a casa, in primo luogo, e a scuola in quanto nostri alunni, in seconda battuta, se non siamo NOI, che ci chiamiamo ADULTI,  e che di fatto lo siamo, a far capire il valore della vita a chi viene al mondo dopo di noi, come fanno i nuovi nati a comprendere, a provare empatia, a mettersi nei panni altrui, a soffrire insieme (leggi: provare compassione)? Io sono cresciuta con un padre e una madre che mi hanno trasmesso l'amore per il prossimo, il rispetto per la vita in ogni sua forma e gliene sono grata, perché oggi mi ritrovo a essere una donna adulta che ancora si commuove davanti a uno spettacolo della natura, davanti a un bimbo seduto nel carrello del supermercato mentre mangia un biscotto e lo guarda come se quello fosse il bene più prezioso che la vita gli abbia elargito; sono una donna che piange davanti a un'immagine trasmessa dal TG, perché soffre della violenza esercitata dagli uomini sui propri simili, una donna a cui viene da piangere leggendo in classe una poesia che emoziona. Il mio cuore pulsa insieme a quello del mondo e soffro per le sofferenze altrui, mi commuovo e provo empatia, entro nel sentire del prossimo, perché così mi è stato insegnato sin da bambina, perché ho avuto esempi positivi davanti, perché mia madre aiutava gli altri senza mai tirarsi indietro e pure mio padre. Ma i miei genitori avevano vissuto la guerra, anche se erano solo bambini, all'epoca del secondo conflitto mondiale. Un'infanzia violata la loro. Mia madre era rimasta orfana di padre, fucilato dai nemici, ed era cresciuta in orfanotrofio; mio padre aveva conosciuto la miseria e il dolore del suo tempo. E avevano imparato ad amare la vita, a rispettarla. Mi hanno cresciuta seminando questo amore con l'esempio, quello che molti adulti di oggi non sono più capaci di offrire.  
I genitori sono sempre più stressati, lavorano tutto il giorno e si vedono costretti a lasciare i figli con i nonni (e questa è una fortuna: benedetti siano i nonni!) o con la baby-sitter di turno. Ma ce ne sono molti che affidano i minori a se stessi (leggi: li lasciano soli). Come trascorrono il tempo questi "orfani" moderni? Davanti alla TV e, peggio ancora, in Internet, la baby-sitter per eccellenza del nostro tempo. Quale educazione potrà mai venire da uno schermo utilizzato senza filtri? Oggi tutto è alla portata di tutti. I nostri ragazzi navigano e scoprono il mondo. Ma quale mondo? Un mondo fatto di  brutture, di violenza, di odio e di squallore. In Internet circolano filmati orribili che andrebbero censurati non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti. Invece no, sono lì, a disposizione. Basta un clic del mouse.        
Ne parlavamo questa mattina il mio amico Franco e io. Mi raccontava di un video di fronte al quale è rimasto impietrito, senza nemmeno avere la forza di spegnere o di staccare gli occhi dallo schermo. Era un video in cui un uomo e una donna venivano aggrediti da un gruppo di ragazzi che li prendevano a calci, saltandogli sopra con i piedi, con una violenza inaudita, li massacravano di botte, poi li gettavano in una fossa e ancora giù botte e calci, al punto da renderli totalmente incapaci di reagire. Poi prendevano delle fascine e gli davano fuoco. E c'erano un pubblico attorno alla fossa, a guardare, a godersi lo spettacolo. I due poveracci (poveri Cristi, consentitemi l'espressione) prendevano fuoco senza riuscire nemmeno a muoversi. Questo racconto mi ha sconvolta. Ma come si può essere così IRRISPETTOSI verso la vita? Come??? Vorrei urlare tutta la rabbia che mi esplode dentro, di fronte a questa mostruosità che fa della violenza uno spettacolo. SPETTACOLO: è questa la parola chiave. Oggi il web ci ha reso tutti attori e al contempo spettatori. Si filmano gli stupri e si mettono subito in rete; si filma un pestaggio, un atto di bullismo e subito il video viene postato e diventa virale. Un uomo sta morendo: viene filmato e dato in pasto ai media. Ma dov'è finita la dignità dell'essere umano, dov'è finito il RISPETTO per la vita e la sua sacralità, dov'è finito il CUORE dell'uomo? E, mi domando, dove andremo a finire?  
I nostri figli, i nostri ragazzi, i nostri alunni stanno crescendo con questi esempi, senza che nessuno filtri i messaggi che il web propina, senza che nessuno spieghi loro che è male quanto vedono e che nemmeno dovrebbero vedere (la maggior parte delle volte, i genitori nemmeno sanno).      
E, allora, perché ci stupiamo se dei ragazzi continuano ad andare sullo skate davanti al corpo di un uomo morto? E' già tanto che non ci saltino sopra, usandolo come trampolino. Ma, davanti a tutto ciò, io mi chiedo che cosa si possa fare. E purtroppo non trovo una risposta.   
E rimpiango il tempo passato, quello in cui la vita era più semplice e genuina, in cui non c'erano tutte le comodità che ci sono oggi, in cui c'era il gusto dell'attesa, in cui si conosceva il significato della parola sacrificio, in cui si apprezzava anche la fatica per raggiungere il risultato, perché le cose te le dovevi guadagnare con il sudore e niente era dovuto, ma sai che soddisfazione dopo!        
Non invidio affatto le nuove generazioni che non hanno conosciuto nulla di tutto questo.       
Ma quando, mi chiedo, è cominciato il declino? Perché ciò che doveva esserci di aiuto (la tecnologia), servirci per migliorare, altro non ha fatto se non portare a un peggioramento? Dov'è quel progresso tanto sognato un tempo? Il mondo si è davvero evoluto?
La mia è stata una generazione cresciuta a pane e Nutella a merenda (una della poche cose buone che ci sono ancora oggi, alla faccia dell'olio di palma), i  bambini di ieri correvano nei prati, giocavano in cortile, facevano il bagno nelle acque limpide del lago di Varese, le domeniche d'estate. La gente era più serena, i problemi si risolvevano parlando, si comunicava davvero. Si diventava grandi cadendo e sbucciandosi le ginocchia, prendendo castighi e sgridate sia a casa che a scuola, si imparava ad affrontare le difficoltà, non evitandole o trovando qualcuno cui demandarne la soluzione.      
Era tutto così diverso... E sapevamo apprezzare la vita.


giovedì 7 dicembre 2017

Riccardo Prando CONTRO LA SCUOLA




Riccardo Prando, giornalista, scrittore e insegnante, intitola la sua ultima fatica, "Contro la scuola". Beh, che dire? Titolo sicuramente in grado di catturare l'attenzione. Di chi? Insegnanti, in primis, così infastiditi (per non dire incattiviti) dalle continue riforme del sistema scolastico, sulle quali stenderei un velo pietoso; studenti - "Evvai, prof!", parrebbe di sentirli acclamare le contestazioni del docente - ; genitori, che sicuramente si porranno un interrogativo davanti a un titolo del genere. Fa scalpore - mi si passi il termine forte - che un insegnante possa schierarsi contro la scuola. "Che fa, sputa nel piatto in cui mangia?", potrebbe domandarsi qualcuno. E se il piatto fosse indigesto? Se non contenesse cibo genuino bensì avariato? Chi si sentirebbe di mangiare forzatamente qualcosa che potrebbe nuocere alla salute? Parlo di salute mentale (stress), ma anche fisica, dal momento che il mestiere dell'insegnante è risultato essere uno dei più usuranti, secondo le statistiche epidemiologiche (alta incidenza di tumori dovuti all'abbassamento delle difese immunitarie, causato dallo stress mentale di cui sopra) - si vedano le dichiarazioni di Tito Boeri,  Professore ordinario di Economia del Lavoro, o si legga "Pazzi per la scuola", il burnout degli insegnanti a 360°, di Vittorio Lodola D'Oria -, scientemente ignorati dal sistema politico, nonché dall'opinione pubblica che accetta in modo acritico i pregiudizi sulla professione (i docenti non fanno niente, hanno tre mesi di vacanza all'anno, lavorano solo 18 ore a settimana ecc...) -.          
Leggendo il libro del collega Prando, non ho potuto fare e meno di trovarmi d'accordo con lui su numerosi passaggi. Riccardo ha steso quello che Davide Rondoni ha definito una sorta di Zibaldone, un insieme di pensieri focalizzati sulla scuola e su quello che dovrebbe essere il suo fulcro e che forse non lo è poi più tanto: l'educazione dei ragazzi. Ciò che lo scrittore contesta non è la scuola come ambiente nel quale si incontrano due libertà (docente e discente), bensì tutta la burocrazia che ruota attorno a questo nucleo, al punto che arriva a soffocarlo e finanche a snaturarlo. Prando grida più volte e a gran voce: "Lasciatemi fare il mio lavoro, lasciatemi insegnare!". E' in classe per questo, non intende "rubare" i soldi allo Stato - come sottolinea lui stesso - facendo altro da quello che è stato chiamato a fare nel momento in cui ha firmato un contratto di assunzione ormai trent'anni fa. E invece pare che la catasta di scartoffie, che oggi investe la figura del docente, impedisca alla fine di svolgere la propria missione. Già, perché ciò che noi insegnanti siamo chiamati a fare è educare, nel senso di tirar fuori (dal latino: e + ducere) ciò che ogni individuo ha insito in sé (attitudini, capacità, competenze, per usare un termine che va tanto di moda oggigiorno) e insegnare, nel senso di metter dentro (il seme della conoscenza ma non solo quello). La nostra non è una professione come le altre, siamo veramente missionari. L'insegnante è colui cui le famiglie affidano i propri figli affinché li aiutino a crescere, ma è anche colui cui lo Stato affida i futuri cittadini, coloro che porteranno avanti la società del domani. Il nostro è un compito di grande responsabilità.  
Prando denuncia molte situazioni negative all'interno del sistema scolastico che è sempre più concentrato sulla forma e sempre meno sulla sostanza; elenca tutti i moduli che ci troviamo ogni anno a dover compilare - PDP, PEI, CERTIFICAZIONI DI COMPETENZE, SCHEDE, PROGRAMMAZIONI, PROGETTI  ecc. - i corsi di aggiornamento cui dobbiamo sottoporci, tutti di carattere tecnico - uso della LIM, uso delle TIC ecc. - mai orientati alla disciplina di insegnamento, le infinite riunioni nelle quali si parla ormai di tutto, fuorché degli alunni (non è sempre così, per fortuna, perché c'è spazio anche per parlare di loro, uno spazio molto limitato rispetto al passato, purtroppo). Regolamenti, patti educativi, certificazioni, moduli, modelli informatici e chi più ne ha più ne metta. Un tutto che allontana sempre più dal cuore dell'insegnamento in senso stretto, per spaziare altrove, perdendo di vista ciò che è veramente importante: la relazione con gli alunni.  
Mi piace una frase che l'autore di questo libro scrive nell'ultima pagina, quella del Post Scriptum: L'ho scritto, perché più scorrono le generazioni e più mi sembra di ravvisare negli occhi dei miei alunni la disperazione di chi non trova un senso alla fatica di studiare. Che è poi un frammento della fatica decisiva di vivere.
Il libro, 200 pagine di "sfogo", si legge velocemente, grazie a uno stile semplice e diretto. Non mancano, al suo interno, alcuni contenuti per così dire "leggeri", in cui l'autore narra episodi di vita scolastica con i suoi allievi, altri che inducono a riflettere sulla fragilità dei nostri ragazzi, troppo difesi dai genitori che cercano di spianare loro la strada (qualcuno definisce i genitori moderni genitori spazzaneve), altri ancora che colgono la disperazione di alunni che vivono una solitudine interiore per i più svariati motivi.       
"Contro la scuola" è un libro adatto a tutti, ma credo che solo chi vive questa istituzione dal suo interno possa comprenderlo fino in fondo, soprattutto se crede ancora nella propria missione. 


sabato 18 novembre 2017

A "VARESE IN ROSA" su Rete55




A "Varese in rosa" su Rete55 parlo dei miei ultimi libri: "I Delitti di Varese", Fratelli Frilli Editori; "Varese non aver paura", Fratelli Frilli Editori; "Il ruolo", Autodafé edizioni.














Un sentito grazie alla Redazione della stazione televisiva, in particolare al Direttore Matteo Inzaghi e alla brava presentatrice Debora Banfi.

Per vedere la trasmissione, cliccare qui.

sabato 14 ottobre 2017

VARESE NON AVER PAURA recensioni

Un sentito grazie agli autori delle seguenti recensioni al mio ultimo noir, "Varese non aver paura", targato Fratelli Frilli Editori.


Patrizia Argenziano per ThrillerNord 

lunedì 11 settembre 2017

"Varese non aver paura" a La Feltrinelli

La presentazione del noir VARESE NON AVER PAURA, edito da Fratelli Frilli Editori, magistralmente condotta dal direttore di Varese Report, Andrea Giacometti.

Per visualizzare cliccare QUI.

Di seguito, alcuni momenti della presentazione.






venerdì 8 settembre 2017

LEGGERE: TUTTI. E' in edicola il n. 114 Agosto-Settembre con l'intervista di Antonia Del Sambro.

Un momento della presentazione


Quest'estate ho avuto il piacere di partecipare a un incontro in Versilia, a Pietrasanta, nell'esclusiva cornice della saletta del caffè Il Duomo, proprio nel periodo della Versiliana, dietro invito dell'associazione culturale LE OTTO QUERCE, che ringrazio ancora per l'opportunità che mi ha dato di farmi conoscere come autrice anche in Toscana, regione che amo e alla quale sono legata da tempo.
Ho potuto incontrare altre due autrici, entrambe gialliste, Paola Alberti e Doriana Mugnaini, e confrontarmi con loro sui diversi stili di scrittura e le differenti modalità di approcciarsi al giallo. 
Conduttrice della serata è stata la giornalista Antonia Del Sambro, spigliata e sagace nelle sue domande. 
L'attore teatrale, Carlo Emilio Michelassi, ha letto e interpretato alcune pagine dei nostri libri, davanti a una platea attenta. 
Da quell'incontro è nata la mia intervista per LEGGERE: TUTTI, che è stata pubblicata sul n.114 di Agosto/Settembre.



Sfogliando la rivista, l'articolo a pagina 67. Cliccare QUI

sabato 19 agosto 2017

VIAGGIO IN POLONIA



CRACOVIA, AUSCHWITZ, BIRKENAU, GROTTE DI SALE, VARSAVIA

"Non posso morire senza avere visitato Auschwitz". Me lo sono detta un sacco di volte. E così, ecco, quest'anno, vacanza alternativa: viaggio in Polonia. Cinque giorni soltanto, il necessario per visitare Cracovia e Varsavia (vuoi non vedere la capitale, già che ci sei?).        
Il viaggio inizia con una sorpresa, che non sarà l'unica. Al momento dell'imbarco a Malpensa, vedo una coppia davanti a me. Lui mi ricorda molto qualcuno. Lo guardo con insistenza e mi domando se sia proprio chi immagino. "Ma no", mi dico, "figurati! Non è possibile". Lui non si è accorto di me. Eppure mi sembra ... io glielo chiedo, al massimo mi dice che mi sono sbagliata. E invece è proprio lui: dopo oltre quarant'anni, ritrovo Maurizio, amico della preadolescenza, perso di vista per tutto questo tempo. Scopro così che lui e la moglie faranno lo stesso nostro percorso: Cracovia, Auschwitz, Birkenau, Grotte di sale (noi in più andremo anche a Varsavia). Se avessimo pianificato a tavolino il viaggio, non avremmo potuto fare di meglio.
Partiti da Varese con un caldo infernale (è il caso di dirlo, dal momento che sono i giorni di Lucifero), atterriamo in una Cracovia fredda e piovigginosa (fortunatamente ho portato due maglioni di lana che mi faranno compagnia ogni giorno, tranne a Varsavia, dove la temperatura è decisamente diversa). Ecco, una delle cose più particolari, dal punto di vista climatico, che noto subito è l'escursione termica di questo posto: si passa dai dodici gradi ai trenta nell'arco della stessa giornata. Basta che esca il sole e si schiatta dal caldo, si rannuvola e tira un'aria fredda da far rabbrividire. 
       
Cracovia  
E' splendida, un vero gioiellino, molto turistica, molto pulita e molto vissuta. Una piazza immensa, palazzi colorati con tinte pastello, tetti che ricordano Parigi e tante, tantissime finestre con tende tutte uguali, rigorosamente bianche, che sembrano arredare le facciate degli edifici. Cavalli con pennacchi colorati trainano bianche carrozze d'epoca.
C'è musica per le strade: qualcuno suona il violoncello, qualcun altro la fisarmonica, qualcuno il violino. C'è anche chi canta. Ci imbattiamo in una voce da pelle d'oca: una donna esegue un brano in lirica. Qualcuno canta canzoni popolari, soprattutto lungo la riva del fiume, la Vistola (Wisła, come si legge sui cartelli). La camminata che costeggia il fiume riporta sull'asfalto le impronte delle mani di personaggi famosi, impresse in targhe di bronzo. Fotografo quella di Roman Polanski.        
Un drago enorme (forse di bronzo), accerchiato da bambini e genitori che scattano foto, sputa fiamme vere dalla bocca. Sull'acqua galleggiano imbarcazioni grandi e piccole, alcune attraccate, col ponte adibito a ristorante. C'è un odore particolare nell'aria, odore di cibo molto speziato.   
Mi stupisco di vedere come anche qui ci siano ponti "aggrediti" da lucchetti con incisi o scritti sopra a pennarello nomi di innamorati (colpa di Moccia o siamo noi ad averli copiati?).     


scrivania di Schindler

La fabbrica di Schindler.  
Ho visto il film almeno venti volte (lo propongo spesso alle mie terze), ma non riconosco l'edificio: è stato trasformato in un museo, uno dei più belli che abbia mai visto, ricco di documenti storici importanti di ogni tipo: abiti, divise, fotografie, armi, cassapanche, carrozzine, persino un tram. L'ufficio di Schindler riporta la sua scrivania con alcune fotografie personali, una grande carta geografica sulla parete posteriore e, di fronte, un'infinità di pentole conservate in una teca di vetro: sono le pentole realizzate dai suoi operai (ne producevano più del necessario, perché quello era per loro un rifugio, non solo un posto di lavoro).  

  
Attraversiamo quella che è la ricostruzione del ghetto: ci sono stanze che riproducono scene di vita quotidiana nelle case degli ebrei.       
Un lungo corridoio, con documenti fotografici e manifesti dell'epoca alle pareti, addobbato con drappi rossi che riportano impressa la svastica, simbolo del nazismo imperante, ci introduce nella stanza dei video: filmati di guerra, l'invasione della Polonia. Hitler si agita sullo schermo, gesticolando freneticamente, impegnato in un discorso alla nazione. Si ode rumore di bombe in sottofondo. Un corridoio stretto e buio ci porta alle case dove gli ebrei trepidavano di paura, nell'attesa che qualcosa di terribile accadesse. Ci sono le cassette della posta sul muro, con i loro nomi e le porte sbarrate, dalle quali escono sommesse delle voci che bisbigliano. Si respira la loro angoscia.
Nell'ultima parte del percorso, uno scorcio dei campi, il filo spinato, la ghiaia.



Auschwitz/Birkenau.       
Il sole fa capolino tra le nubi, ma l'aria è ancora fresca. Ci accoglie il direttore dell'organizzazione SOS Travel, Michele Andreola. Oggi ci farà lui da guida, perché ci sono alcune persone di Varese e ci tiene particolarmente. Scopro subito perché, quando lo vedo. Michele! Altra conoscenza di quando eravamo ragazzi. Abitavamo nella stessa via. Non ci posso credere! A guardarlo bene, non è cambiato. Anche lui mi guarda. Mi si avvicina e mi dice: <<Ma tu sei quella che penso?>>. Sorrido. <<Sì, sono io>>. E' un'emozione rivederlo. Siamo sempre noi, soltanto invecchiati. Mi dice che ormai vive a Cracovia da diversi anni.     
Michele è una guida eccezionale: dosa le parole, cercando di essere incisivo, di far penetrare il messaggio, ma al contempo è delicato, molto rispettoso della sensibilità del gruppo che gli si affida in questa visita. Ci sono anche bambini e ragazzi ed è attento a non turbarli troppo, mentre spiega l'orrore del campo. Tuttavia è diretto: con poche parole, ma soprattutto con molti sguardi incisivi, eloquenti più di qualsiasi discorso, coinvolge le nostre coscienze, catturando l'attenzione. Abbiamo tutti gli occhi puntati su di lui, mentre parla. Ci sa fare, specialmente con i ragazzi: spiega con fermezza, lancia la riflessione, poi sdrammatizza con uno sguardo e una battuta destinata ai più piccoli del gruppo. Li tiene agganciati, facendo continui riferimenti alla loro realtà di giovanissimi. La visita è un'altalena di emozioni. Michele non è mai retorico, mai drammatico, ma mira dritto a scuotere le coscienze. Ci porta all'interno di numerosi blocchi: vediamo i letti (se di letti si può parlare) nei quali dormivano ammassati anche in otto e più, letti a castello triplo. Ci dice che nessuno poteva dirsi privilegiato: chi stava sopra, soffocava dal caldo in estate e moriva di freddo in inverno, chi stava sotto, giaceva in mezzo al fango, chi in mezzo, non era messo meglio: i liquami di chi giaceva sopra, colavano sulle persone degli altri livelli, portando infezioni, pidocchi, malattie.


"letto"


Passiamo davanti al blocco delle torture, dove medici come Menghele facevano esperimenti sui gemelli e sulle donne per renderle sterili (lo scopo era quello di estinguere la razza). Qui Michele, dopo averci accennato di queste atrocità, ci rivolge una domanda: <<Secondo voi, Menghele era un medico o era un pazzo?>>. Alcuni rispondono che era un pazzo. <<No, invece, non lo era>>, dice guardandoci in faccia a uno a uno. <<Non lo era affatto. E allora chiediamoci: che cosa può aver mai spinto un medico, legato al giuramento di Ippocrate, ad agire in questo modo, se non era pazzo? Chiediamocelo>>. Mi piace il suo modo di interrogarci: ci spinge a riflettere. Non elargisce verità: ci sta facendo una lezione sulla vita, sul senso delle azioni umane. Lo vedrei bene come professore di storia in una scuola: sarebbe molto amato dagli alunni. I ragazzini del gruppo lo seguono con attenzione, con rispetto. Il silenzio regna attorno a tutti noi.      
Ed ecco che arriviamo alla parte della visita più "forte": quella dei reperti umani. Michele invita a non scattare fotografie, perché questo luogo ha valore "sacro", come un cimitero, anche se tutto qui lo è. Mi tremano le gambe, il cuore accelera paurosamente i battiti e un nodo mi stringe la gola. Non voglio piangere. Cerco di trattenermi. Ma tutti quei capelli, quelle trecce ammassate le une sulle altre... Resti di donne passate di qui dal 1939 in poi.
Scarpe. Milioni di scarpe di tutte le misure: da donna, da uomo, da bambina, da bambino, da neonato. Valigie con il nome scritto sopra. Michele ci spiega che il nome serviva per riconoscere la propria valigia. C'era speranza negli ebrei. Un documento fotografico ritrae una donna ebrea che sorride appena scesa dal treno (la prima a destra):

"Ci portano in un  campo di lavoro, ci portano a lavorare, poi, quando la guerra sarà finita, torneremo alle nostre vite di sempre", pare dire il suo sguardo. C'è fiducia, c'è speranza negli occhi dei deportati. Non sanno che stanno andando a morire. Il grande inganno. L'attaccamento alla vita che porta a credere che, "Sì, staremo male per un po', ma poi la vita tornerà a sorridere". L'illusione, la bugia, la menzogna raccontata a se stessi, per sopravvivere all'inferno. E la speranza c'era. "Mi porto le pentole da casa, mi porto la crema Nivea per il corpo, mi porto l'apriscatole, mi porto la spazzola, mi porto l'occorrente per questa lunga..."... Che cosa? Vacanza forzata?      

Ci spostiamo in autobus fino a Birkenau.             
Qui le rotaie del treno arrivano fino all'interno del campo di lavori forzati.



Birkenau


E' mezzo distrutto, perché i tedeschi, alla fine della guerra, hanno cercato di insabbiare le prove delle atrocità che stavano compiendo.  
Michele ci racconta alcuni episodi, come quello della bambina che arriva al campo col papà e il fratellino. Padre e fratello stanchi. C'era la possibilità di prendere l'autobus oppure di procedere a piedi. Il campo è immenso. Non sono rimasti molti posti sul mezzo. "Andate voi, io vado a piedi". La bambina compie un gesto che crede di generosità nei confronti dei familiari. Sarà l'unica a sopravvivere. L'autobus conduceva i prigionieri direttamente alle camere a gas. All'arrivo, le donne venivano divise dagli uomini. Un medico stabiliva chi doveva vivere per lavorare (lo scopo del campo era costruire "abitazioni" per accogliere tutti i futuri deportati: si doveva fare spazio ai tedeschi nelle città della Polonia): giovani e forti. Vecchi, bambini e malati dovevano morire subito.
forno Auschwitz
Una giovane donna in forze viene inviata alla camera a gas, perché ha in braccio un bimbo di pochi mesi: come separare una madre da un  figlio così piccolo? Ma non era bontà né pietà quella dei tedeschi, ci spiega Michele. Erano praticità, utilità, interesse. Il Terzo Reich doveva durare Mille Anni. Il campo sarebbe servito a fare fuori tutti coloro che non facevano parte della razza ariana pura. I deportati lavoravano per eliminare i propri simili e le minoranze, ma non lo sapevano. Michele ci invita a osservare quanto il campo sia sterminato. <<Secondo voi, quanta gente avrebbe potuto accogliere?>>.
Ogni mattina l'appello. A volte durava ore, ore che i prigionieri trascorrevano sotto l'acqua, al freddo o sotto un sole cocente. Lo sterminio iniziava da lì. La guardia delle SS che doveva fare l'appello se ne stava anche venti ore dentro alla torretta, al riparo dalle intemperie, prima di chiamare i prigionieri che dovevano stare in fila in piedi, a volte nudi, ad aspettare. Tanti crollavano: auto-eliminazione. Una fatica in meno per i nazisti.     
Orari di lavoro massacranti, nessuna pausa consentita. Una bambina uccisa per aver raccolto una mela. Bagni in comune, tutti in fila. Si potevano espletare le proprie necessità fisiologiche due volte al giorno, secondo orari prestabiliti. Non ci si poteva lavare. La colazione consisteva in una brodaglia sporca che doveva essere caffè. Spesso le donne si lavavano con quella.  
All'interno dei campi nasceva la resistenza. Alcuni progettavano la fuga, ma ognuno era responsabile di tutti gli altri. Se all'appello mancava qualcuno, pagava l'intero blocco. Pochissimi sono riusciti a fuggire da quell'orrore. 
Delle camere a gas restano solo macerie qui a Birkenau (mentre ad Auschwitz sono presenti ancora i forni e i camini).
camino Auschwitz
I tedeschi hanno distrutto tutto, prima dell'arrivo dei russi.
Michele ci accompagna fino ai monumenti dedicati ai caduti, poi ci dirigiamo verso l'uscita. Qui, davanti al cancello d'ingresso, ci racconta la storia di una madre separata dal proprio figlio. Il bimbo faceva di tutto per riuscire a vederla ogni giorno, al di qua del filo spinato. Così si salutavano e sapevano di stare bene o almeno di essere vivi. Per il giorno del compleanno del figlio, la madre gli confeziona un piccolo regalo, ma al mattino il bimbo non si fa vedere. La madre, agitata, comincia a chiedere e viene a sapere che il bambino ha la febbre, è malato, il che significa una sola cosa: camera a gas. La donna fa di tutto per vederlo un'ultima volta. Il bimbo la raggiunge al luogo dell'appuntamento, non visti dalle guardie. Lei lo chiama e lo invita ad avvicinarsi, poi lo tira a sé, in un abbraccio contro il filo spinato, sotto tensione a 400 Volt, cercando e ottenendo insieme la morte.       
Abbiamo tutti gli occhi lucidi, nessuno parla, nessuno ha mai parlato durante tutta la visita.        
Michele ci guarda e ci lascia con una domanda: <<Che cosa possiamo fare? Che cosa può fare ognuno di noi, al di là della commozione di oggi, di qualche lacrima sfuggita, per evitare che questo si ripeta un  giorno? Non rispondete a me: chiedetelo a voi stessi e cercate in voi la risposta>>.




Grotte di sale. 
Terza tappa: un'ex miniera.
Caldo. Ma stiamo per scendere a 135 metri sotto terra. Una grotta interamente di sale, dove tutto, dalle statue alla cattedrale, ai lampadari, al pavimento, al bar è fatto di sale, una grande fonte di ricchezza dell'antichità, tanto che ancora oggi si dice "pagare un conto salato", "E' caro come il sale", ecc...


cattedrale di sale a 135 metri sotto terra
(pavimento e pareti in sale, muro in sale, lampadari in sale)


Varsavia. 
Giornata caldissima.   
Scendiamo dal treno e la prima impressione è quella di essere arrivati a Milano, Porta Garibaldi. Grattacieli, strutture super moderne, l'insegna dell'Hard Rock Cafe gigantesca: una chitarra rossa contro il cielo azzurrissimo della capitale. Spettacolare il Palazzo della Cultura che ci accoglie a due passi dalla stazione ferroviaria.  
Palazzo della Cultura
 
Varsavia è immensa: 1.735.000 abitanti. E' una tipica città capitale. Niente a che vedere con Cracovia, finché non si entra nel centro storico. Allora si ritrovano lo stesso stile architettonico, le facciate color pastello, i tetti grigi a spiovente, le piazze, i monumenti, i locali tipici. Anche qui, musica e profumi di cibi speziati per le vie.   
Vaghiamo ore in cerca del ghetto da visitare. Internet ci dice che non è facile trovarlo e non possiamo fare altro che concordare. Rimane veramente poco: un muro con dei manifesti e una sinagoga.   
Sfiliamo davanti al Palazzo Reale, ci dirigiamo verso la zona delle vecchie mura. La storia è tutta racchiusa qui. Fuori è modernità, quella che per noi appare come normalità.

Palazzo reale


Prima di ripartire e tornare in Italia, facciamo nuovamente tappa a Cracovia. Nuovo giro per la città. Andiamo in cerca della casa in cui Karol Wojtyla ha vissuto dal 1951 al 1967. 
Un uomo sta suonando il violino, un brano che fa venire i brividi. E' tratto da qualche film che ho visto, ma non riesco a ricordare quale. Le corde dello strumento piangono, suscitando forti emozioni.


casa di papa Giovanni Paolo II


Atterrati a Malpensa, saliamo in auto e ci dirigiamo verso casa. Radio accesa in sottofondo. Attentato a Barcellona. Siamo sgomenti. Alziamo il volume poi cerchiamo notizie in Internet sul cellulare. E la domanda di Michele ritorna: che cosa possiamo fare? Un'altra storia, è vero, un'altra realtà, ma sempre la brutalità e l'odio dell'uomo verso il proprio simile.        
Il mio amico Cesco in FB ha scritto: credo che le guerre avranno fine solo con la fine. Credo abbia ragione.

giovedì 3 agosto 2017

martedì 25 luglio 2017

Al di là della ragione

AL DI LA' DELLA RAGIONE, un mio nuovo racconto, la storia di una passione, pubblicato da Elisabetta Miari in Racconti Scontati.
Per leggerlo, cliccare qui.

lunedì 10 luglio 2017

Mattino Lombardia: VARESE NON AVER PAURA alla radio

Al minuto 49, L'intervista di Monica Stefinlongo, Radio Lombardia
Parlo di VARESE NON AVER PAURA, l'ultimo mio lavoro per Fratelli Frilli Editori.

Per ascoltare, cliccare qui



lunedì 3 luglio 2017

VARESE NON AVER PAURA a Pietrasanta











































"Varese non aver paura", Fratelli Frilli Editori, approda in Toscana, a Pietrasanta.
Sabato 8 Luglio 2017 alle ore 19:00, presso la Saletta del Caffè Il Duomo, in piazza Duomo 41 a Pietrasanta-Lucca.
Vi aspetto numerosi!

venerdì 30 giugno 2017

DELIRIUM

Dal blog di Elisabetta Miari, Racconti Scontati, il mio racconto DELIRIUM, già edito da Eclissi nell'antologia "Nudi e Crudi".

Per leggere, cliccare qui!

martedì 27 giugno 2017

VARESE NON AVER PAURA, Fratelli Frilli Editori

Grazie a Varese Report e al suo direttore, Andrea Giacometti, per l'articolo apparso oggi sul quotidiano online.
Per leggerlo, cliccare qui

Grazie anche ad AGORA' VARESE e al suo direttore, Antonio Messina, per la pagina dedicata all'uscita del libro. Per leggere l'articolo, cliccare qui.

giovedì 15 giugno 2017

FRONTEDELBLOG: l'intervista di Rino Casazza a Laura Veroni

Un grande GRAZIE allo scrittore Rino Casazza per l'intervista.
E' stata una piacevole chiacchierata.

Chi volesse leggerla, può trovarla su FRONTEDELBLOG oppure, semplicemente cliccando qui.

lunedì 12 giugno 2017

VARESE NON AVER PAURA... a breve in libreria

ELENA MACCHI E' TORNATA!


Sta per uscire il sequel de "I delitti di Varese". 
Il nuovo noir, VARESE NON AVER PAURA,  edito da Fratelli Frilli Editori, sarà disponibile in tutte le migliori librerie 
a partire dal 26 Giugno.

Intanto, gustatevi il book trailer, cliccando qui!


martedì 30 maggio 2017

I Delitti di Varese su "il Recensore.com"

Grazie alla giornalista Antonia del Sambro e al quotidiano online il Recensore.com per la recensione a "I delitti di Varese", Fratelli Frilli Editori.

venerdì 26 maggio 2017

"I Delitti di Varese" e "Il ruolo" a ONE tv Show

Il 17 Maggio 2017 alle ore 21:30 inizia la diretta del ONE tv Show, condotto da Paolo Muzio sul canale 112 del digitale terrestre. 
Ringrazio l'emittente televisiva per avermi dato, al minuto 18:21, l'opportunità di parlare dei miei libri, "I delitti di Varese", Fratelli Frilli Editori, e "Il ruolo", Autodafé edizioni, e presentarli al pubblico televisivo.

Voglio ringraziare inoltre i miei due editori: Carlo Frilli (uscita de "I delitti di Varese" il 27/07/2016) e Cristiano Abbadessa (uscita de "Il ruolo" il 27/01/2017). 

Senza di loro, tutto questo non ci sarebbe stato. Dal più profondo del cuore, GRAZIE per avere creduto in me.


Per vedere la puntata, cliccare qui.

Il Ruolo: la recensione di Pasquale Schiavone su Gialloecucina

Ringrazio Pasquale Schiavone e Gialloecucina che ospita la sua recensione al mio ultimo romanzo, IL RUOLO, Autodafé edizioni.

Per leggerla, cliccare qui

mercoledì 24 maggio 2017

I Delitti di Varese: la recensione di Antonia Del Sambro

Ringrazio la giornalista Antonia Del Sambro per la bellissima recensione a "I Delitti di Varese", Fratelli Frilli Editori.

Per leggerla, cliccare qui

martedì 23 maggio 2017

Il Ruolo su "Gli Amanti dei Libri"

Ringrazio sentitamente "Gli Amanti dei Libri", in particolare Clara Domenino, per la recensione al mio romanzo IL RUOLO, Autodafé edizioni.

Leggi la Recensione

domenica 21 maggio 2017

ONE TV canale 112 digitale terrestre

Questa è stata una settimana densa di emozioni. 
Una novità assoluta per me è stata la partecipazione a un programma televisivo, ONE TV SHOW,  andato in onda mercoledì 17 maggio in diretta sul canale 112 del digitale terrestre. L'emittente si chiama ONE Tv. 
A breve la puntata verrà pubblicata anche su Youtube.
Grazie a Paolo Muzio, il presentatore/conduttore dell'intervista, grazie a One tv e grazie a tutto lo staff (regista, operatori, cameraman, fotografi ecc...). E' stata un'esperienza fantastica!

IL RUOLO, Autodafé edizioni

Ieri pomeriggio alla Mondadori di Saronno ho presentato il mio ultimo romanzo: IL RUOLO, Autodafé edizioni. 
Il mio sentito grazie va a più persone: Adriana Rezzonico, che mi ha introdotta e accompagnata con le sue domande, Costanza e Stefano, i librai, per la calorosa ospitalità, ma soprattutto il pubblico presente. 
Credo sia stata una delle presentazioni migliori che abbia fatto fino a oggi. Non c'era molta gente, ma era veramente coinvolta e partecipe. 
Adriana e io abbiamo conversato come vecchie amiche, raccontando episodi tratti dal romanzo, facendo riferimento a fatti di attualità, alla realtà che ci circonda, alla condizione sia giovanile che adulta del mondo odierno (il romanzo ha un'impronta sociale, anche se lo stile è narrativo con risvolto "giallo", essendo presente nella storia un personaggio misterioso che nasconde un segreto sconvolgente). Non sono mancate battute scherzose, grazie all'innata ironia della mia intervistatrice, sempre acuta e, devo riconoscerlo, molto attenta (mi ha sorpreso la sua memoria circa episodi che le avevo raccontato un anno fa, in occasione del nostro primo incontro durante una presentazione).
Siamo passate dal registro serio a quello "comico", non sono mancate numerose risate, con riferimenti ad aneddoti legati alla mia professione di insegnante. E la cosa più bella è stata riscontrare il coinvolgimento del pubblico che rideva divertito e ci accompagnava nelle battute, intervenendo attivamente. A un tratto, la presentazione si è trasformata in una chiacchierata con le persone presenti. Adriana ha messo da parte le domande che aveva preparato e abbiamo affidato tutto all'improvvisazione, lasciando gestire al pubblico la conduzione dell'intervista, dando spazio alle loro curiosità e alle loro opinioni. 
Anche Costanza, la quale aveva detto: <<Ti introduco, presentandoti, poi vi lascio sole>>, è rimasta con  noi tutto il tempo, "accalappiata" dal quel clima familiare che si era venuto a creare. Non eravamo più intervistatrice-autrice-pubblico, ma persone che chiacchieravano amichevolmente, con reciproco scambio di battute e opinioni.
Devo dire che mi porterò nel cuore questa presentazione, UNICA nel suo genere.
Atmosfera magica. 
Il merito della riuscita va a tutti coloro che sono stati presenti: alla coppia di giovani seduti alla mia sinistra (una bellissima ragazza mora dal nome originalissimo e il bel ragazzo che la accompagnava); alla mamma con la figlia, che hanno espresso il proprio parere in merito all'educazione dei figli e alle responsabilità genitoriali; alla coppia alla mia destra, in cui l'uomo ha preso la parola sulle responsabilità che genitori e società hanno nella formazione dei giovani; al ragazzo al centro, che annuiva timidamente; a Costanza stessa che mi ha rivolto domande personali sulla mia professione di insegnante e sul mio ruolo di madre e di educatrice. E che dire di Adriana? Spumeggiante, acuta, divertente, ironica.

Simpaticissimi i saluti, quando ci siamo congedati.
<<Datemi del tu, per favore>>. 
<<Ciao, prof!>> hanno detto con calore e col sorriso sulle labbra.

Grazie a tutti dal profondo del cuore.

a sinistra Adriana Rezzonico, a destra Laura Veroni

Ciao, Guido

Un sentito grazie a Elisabetta Miari, che da un po' di tempo ospita nel suo blog "Racconti Scontati" i miei scritti.
Di seguito, l'ultimo da lei pubblicato


venerdì 5 maggio 2017

IL RUOLO alla Mondadori di Saronno

Sabato 20 maggio 2017 alle ore 18:00 presentazione 
de IL RUOLO 
presso la Mondadori di Saronno, via Portici 12.
Conduce l'incontro Adriana Rezzonico.

Vi aspettiamo




martedì 11 aprile 2017

IL RUOLO, Autodafé edizioni

Antonio Valmaggia, super ospite a sorpresa per la presentazione de IL RUOLO presso il caffè letterario Briciole d'Arte di Gavirate.
Mistero nel mistero...

Antonio Valmaggia, ipnotista, e Laura Veroni, scrittrice

"I Delitti di Varese" su GLI AMANTI DEI LIBRI



Si ringrazia  de Gli Amanti dei Libri per la recensione.
Per leggerla, cliccare qui.


mercoledì 5 aprile 2017

Recensione a IL RUOLO


Grazie a La Stamberga dei Lettori e a Valetta per avere recensito il mio ultimo romanzo, IL RUOLO, Autodafé edizioni.


Per leggere la recensione, cliccare qui

sabato 1 aprile 2017

Presentazione de IL RUOLO alla Galleria Ghiggini di Varese, 31 marzo 2017

Firma copie al negozio Club, Alan Red di Corso Matteotti e poi presentazione alla Galleria Ghiggini.
Un sentito GRAZIE a Simona Cappelletti e a Emilio Ghiggini per l'ospitalità, grazie anche a Nicoletta Romano, direttrice di Living, e al direttore di Varese Report, Andrea Giacometti. 
Grazie a tutte le persone che sono intervenute.


mercoledì 15 marzo 2017

Delitti di Lago vol 3

Sta per uscire l'antologia di racconti gialli "Delitti di Lago vol.3", a cura di Ambretta Sampietro, Morellini Editore.
All'interno il mio racconto: "Accadde ad Halloween".



Le donne che fecero l'impresa - Lombardia

L'antologia edita da Il Loggione contiene storie di donne lombarde che hanno dato vita a imprese importanti in Italia e nel mondo.
Tra i racconti, il mio, Memento Audere Semper,  dedicato a Chiara Radrizzani, imprenditrice di Saronno, che ha avviato un'impresa di macchinari agricoli in Cina e che, grazie a questo progetto, ho avuto il piacere di conoscere personalmente.

Nessun pensiero è mai troppo grande. 
Basta crederci. 

Il libro è disponibile anche online (clicca qui)

La copertina dell'antologia



domenica 19 febbraio 2017

Il Ruolo, presentazione a la Feltrinelli


"Il ruolo", Autodafé Edizioni a la Feltrinelli. 

Puoi ordinare il romanzo anche online, cliccando qui



Ringrazio il direttore di Varese Report, Andrea Giacometti, per avermi presentata, la Feltrinelli, per lo spazio dedicato, e tutto il pubblico intervenuto. 

l'autrice, Laura Veroni, e il direttore Andrea Giacometti